THE IDIOT

THE IDIOT

Nel 1977, mentre David Bowie inaugurava con Low una delle fasi più radicali della propria carriera, Iggy Pop pubblicava The Idiot. Un album destinato a segnare una netta cesura rispetto alla stagione degli Stooges. Nato dalla collaborazione tra i due musicisti durante un periodo di profonda crisi personale e artistica, The Idiot anticipò molte delle sonorità, delle atmosfere e delle suggestioni che avrebbero caratterizzato la trilogia berlinese di Bowie. Elettronica, Krautrock, ritmi meccanici e inquietudine urbana confluirono in un lavoro più sperimentale e lontano da ogni aspettativa. Un album che tentò il rilancio di un artista in difficoltà, che negli anni ha raggiunto lo status di pietra miliare della musica rock anni Settanta.

BOWIE, IGGY E BERLINO

La trilogia berlinese di David Bowie (Low, “heroes” e Lodger) appartiene alla storia della musica quanto all’immaginario collettivo della capitale tedesca. Berlino Ovest, circondata dal Muro, grigia e decadente, simbolo degli equilibri precari della Guerra fredda, diventò l’officina creativa (e salvifica) dell’artista inglese. Nella narrazione di questo periodo entrato nel mito, va citato un altro personaggio, ritenuto forse, e a torto, più marginale: Iggy Pop.

LE PREMESSE E IL DECLINO

Quando David e Iggy giunsero a Berlino, l’ex leader degli Stooges stava attraversando un periodo difficile sia sul fronte personale che artistico. La sua band, fondata negli anni Sessanta insieme a degli amici, era ormai giunta al capolinea. Solo più tardi gli Stooges avrebbero acquisito la reputazione di precursori del garage rock e del proto-punk. Dopo lo scioglimento degli Stooges, Iggy sembrava avviato verso un luminoso futuro, ma la sua carriera da solista stentava a decollare a causa di scelte personali e comportamenti fuori controllo. Eroina, alcol, cocaina lo avevano trascinato a un punto in cui, prima ancora che la carriera, stava rischiando di non sopravvivere a sé stesso.

IL SUCCESSO E LA FUGA

Bowie, invece, viveva una situazione per alcuni versi opposta. L’artista britannico era all’apice della popolarità, ma il successo planetario lo aveva trascinato in una spirale che rischiava di inghiottirlo. Alcol, cocaina, isolamento e paranoie lo avevano ridotto in condizioni psicofisiche al limite della precarietà. La Los Angeles degli anni Settanta non era certo il posto ideale per cercare di ricomporsi e riprendere il controllo. Quando incontrò Iggy, di cui era fan dai tempi degli Stooges, gli propose di fare musica insieme, di seguirlo nella sua tournée e, successivamente, di lasciare gli Stati Uniti e trasferirsi in Europa per cercare di disintossicarsi.

NUMERO ZERO

Fu però prima del loro arrivo a Berlino che i due amici gettarono le basi di due lavori che si sarebbero rivelati fondamentali per l’evoluzione artistica di Bowie. Si trattava di Low e The Idiot, entrambi sviluppati in larga parte durante le sessioni allo Château d’Hérouville, in Francia, e successivamente completati e mixati tra Monaco di Baviera e Berlino. The Idiot (1977) fu il primo album solista di Iggy Pop e può essere considerato una sorta di numero zero della trilogia bowiana. In realtà Low uscì un paio di mesi prima, ma i due dischi condivisero una fase creativa strettamente intrecciata.

Infatti, Bowie lavorò contemporaneamente ai due progetti, sperimentando, con The Idiot, soluzioni sonore che sarebbero confluite in Low.

GENESI E INTRECCI

Le sessioni dei due lavori si sovrapposero, creando un flusso creativo fatto di contaminazioni, idee scartate, riprese e scambi di brani. È il caso di What in the World, inizialmente concepito per The Idiot con il titolo Isolation, ma recuperato da Bowie, con Iggy ai cori, per il suo Low. Il legame tra i due album è quindi profondo, sebbene i percorsi produttivi non furono gli stessi. Infatti, mentre per The Idiot Bowie fu l’unico produttore, per Low si avvalse del contributo di Brian Eno e Tony Visconti. Due musicisti e produttori che avrebbero ricoperto un ruolo decisivo anche nei capitoli successivi della trilogia di Berlino.

IL CAMBIAMENTO

Per la rockstar britannica The Idiot rappresentò una sorta di banco di prova per il suo progetto di evoluzione artistica. Low era un album sperimentale e destrutturato, ampiamente influenzato, oltreché dal padre della musica ambient (Eno), dal Krautrock e dalla Kosmische Musik di matrice tedesca del periodo. Comunque, entrambi i lavori spiazzarono fan e critici: in particolare The Idiot, percepito come troppo distante dal punk rock ruvido e sanguigno che aveva reso celebre l’iguana del rock.

L’IMMAGINARIO VISIVO

The Idiot condivide con Low il periodo di gestazione e, con il successivo “heroes”, la scelta estetica della copertina. Entrambe, infatti, richiamano le opere di Erich Heckel, in particolare la figura di Roquairol (1917), insieme ad altri riferimenti iconografici dell’artista tedesco.

Due ritratti spogli ed enigmatici, in cui i due artisti appaiono isolati su fondi scuri, immersi in un’atmosfera sospesa e cinematografica. Le pose sono controllate, gli sguardi assenti e sfuggenti: due scatti realizzati separatamente da fotografi diversi, Andrew Kent per Iggy Pop e Masayoshi Sukita per Bowie, ma accomunati dalla stessa matrice espressionista e da un’analoga ricerca di nuovi linguaggi visivi, perfettamente calata nell’universo estetico di quella stagione.

THE IDIOT – Le tracce

SISTER MIDNIGHT – NIGHTCLUBBING – FUNTIME

The Idiot è un album notturno e misterioso, perfettamente in linea sia con la Berlino di fine anni Settanta che con quella odierna.
L’incedere spettrale e ipnotico di Sister Midnight apre il disco. Un mantra ossessivo che accompagna in un limbo senza coordinate precise, in una metropoli insonne che sembra non distinguere più giorno e notte.
Nightclubbing è forse il manifesto del disco: un inno ritmico e strascicato a una metropoli in cui il piacere si consuma sull’orlo della noia, come un rituale meccanico.
L’accellerazione nervosa di Funtime richiama il krautrock dei Neu!: il testo scarno, privo di fronzoli, inneggia a un divertimento forzato a cui sembra impossibile sottrarsi.

BABY – CHINA GIRL

Baby rallenta il ritmo ma senza calare la tensione dell’album; un brano in cui il senso di inquietudine assume sfumature creepy. È un invito a preservare l’innocenza tipica di chi si affaccia alla vita, da parte di chi ha commesso troppi errori.
La versione originale di China Girl è piuttosto lontana da quella reincisa da Bowie in Let’s Dance. Nulla a che vedere con il pop patinato che dominò le classifiche del 1983. La versione in The Idiot ha una sensualità più immediata, sporca e ruvida: Iggy scrisse il testo ispirato dalla sua relazione con una giovane vietnamita.

DUM DUM BOYS – TINY GIRLS – MASS PRODUCTION

Dum Dum Boys è lo sguardo malinconico e nostalgico di Iggy al suo passato, agli Stooges ormai sciolti e ai compagni di una stagione irripetibile.
Tiny Girls è una ballata dark, funerea e straniante, chiusa su un loop ripetitivo dalle venature jazz, che ancora una volta affronta il tema dell’innocenza, dell’attrazione e della giovinezza.
Infine, Mass Production chiude idealmente e impietosamente il cerchio: una lunga marcia cupa, dissonante, avvitata su un loop ossessivo che trasmette la ripetitività alienante delle catene di montaggio. Un incubo industriale dove il desiderio diventa intercambiabile e materiale di consumo. Le sonorità meccaniche e ripetitive di questo brano lo hanno eletto a precursore del futuro genere industrial.

UN ALBUM SENZA TEMPO

Dopo quasi mezzo secolo, The Idiot suona sorprendentemente moderno e contemporaneo; un album che ancora oggi aderisce allo spirito inquieto e vibrante della capitale tedesca. In fondo, Berlino ha mantenuto intatta buona parte del suo spirito anarchico e pulsante, oltreché la sua anima cupa e sotterranea, ma anche aperta e trasversale.
The Idiot è la colonna sonora ideale per instancabili pellegrinaggi notturni. Dai quartieri dormitorio della periferia conduce fino al cuore pulsante della movida, dove tutti rispondono, parafrasando uno dei brani dell’album, al richiamo di «all aboard for funtime».

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