LA MIA BERLINO

L’appartenenza a un luogo non è mai un processo scontato e lineare: strade, angoli e quartieri custodiscono i segreti di esistenze precedenti. In particolare, a Berlino, il senso di radicamento va oltre quello geografico, ed è caratterizzato da un lento, talvolta doloroso, riconoscimento tra individuo e spazio urbano. È un legame che si nutre di contrasti: il freddo pungente delle mattine di gennaio, la solitudine delle abitazioni cariche di storia e quella ruvida schiettezza dei suoi abitanti che, una volta decifrata, diventa un’insperata forma di accoglienza. Attraverso le pagine di La mia Berlino di Monika Maron, la capitale della Germania riunificata si rivela non solo come scenario di trasformazioni epocali, ma come una madre severa e magnetica, capace di trasformare lo smarrimento iniziale in una consapevole, per quanto complessa, identità di cittadina del mondo.
Indice
BERLINO E L’INVERNO
Quando nel 2009 mi trasferii a Berlino, fui ospite per qualche tempo di un’amica. L’appartamento, spartano e decadente, ma anche affascinante e accogliente, era nel cuore di Prenzlauer Berg. Faceva un freddo a me sconosciuto: era gennaio, mese in cui le temperature scendono spesso sotto lo zero. La mia amica mi diceva che dopotutto quell’inverno non era poi così male rispetto ai -15°C patiti in passato. Ma avevo poco tempo per pensare al freddo: trascorrevo gran parte delle giornate tra colloqui di lavoro, sopralluoghi di case e questioni burocratiche. Già alla prima visita, avevo percepito un inspiegabile senso di appartenenza, ma in quel periodo ebbi la conferma che Berlino sarebbe diventata la mia città. O, per meglio dire, mi sentii subito e irrimediabilmente sua. Accolsi e imparai ad amare perfino quell’imperfezione climatica a cui, da creatura mediterranea, non ero abituata.
RELIQUIE DELL’EST
Sui treni della S-Bahn godevo del paesaggio urbano: amavo il contrasto tra il cielo, quasi sempre grigio livido, e la vivacità dei quartieri. Viaggiavo incollata al finestrino, sospesa tra il rigore del cemento e l’euforia apparentemente spensierata della gente. Tra le mani l’immancabile coffee-to-go: arrivavo a berne anche sette o otto al giorno. E infatti la notte dormivo poco e male, complici anche gli spifferi siberiani che filtravano dagli infissi ormai vecchi e scassati. Per scaldare il letto utilizzavo tre vecchie borse dell’acqua calda acquistate al Flohmarkt im Mauerpark. La mia attività notturna consisteva soprattutto nello scaldare pentole piene d’acqua per i necessari refill. Il resto del tempo lo passavo a esplorare la casa, una miniera di oggetti e suppellettili originali di quell’affascinante mondo che la DDR era stata.
TRAUMI POST-MURO
L’amica mi aveva parlato del padrone di casa, trasferitosi a Bratislava per via di una grave depressione che lo aveva indotto all’abuso di alcol, psicofarmaci e altre sostanze. Dopo la caduta del Muro, aveva percepito lo sgretolamento delle proprie radici e identità, e l’imposizione di un modello di società che aveva sempre contestato e di cui non si fidava. Era stato educato secondo i valori del socialismo e dello Stato e, dopo la morte dei genitori, vivere da solo nella casa in cui era cresciuto, in un contesto che stava cambiando radicalmente, gli procurava un disagio e un dolore insopportabili.
CUSTODI DEL PASSATO
Tra i tanti oggetti affascinanti, il mio preferito era un’Optima originale, purtroppo inutilizzabile per via del nastro d’inchiostro da tempo secco. Ma fu meglio così: almeno non l’avrei rotta o danneggiata. Io e la mia amica prestavamo molta attenzione alla casa e a tutto ciò che ne era parte. Pensavamo che, se un giorno il proprietario fosse tornato, avrebbe potuto riconciliarsi con un passato che qualcuno aveva custodito con cura per lui.
OSTALGIE E RIMPIANTO
Anche altri Ossi che conobbi manifestarono apertamente lo stesso malcontento, sopraffatti dalla proverbiale Ostalgie per tutto ciò che avevano perduto. Prenzlauer Berg, dov’era la casa che mi ospitava, stava sempre più trasformandosi in una zona per persone agiate, sotto il costante assedio di investitori e speculatori. I berlinesi nativi dell’Est erano ormai in minoranza. Il quartiere era abitato perlopiù da stranieri, accorsi da ogni angolo del mondo per via del basso costo della vita. Ma la gentrificazione procedeva implacabile la sua opera di riqualificazione, spazzando via sempre più residui del passato oscuro e magnetico di Berlino Est.
LA MIA BERLINO di Monika Maron (Bollati Boringhieri, 2005)
Curiosando tra i libri della mia amica, trovai un volumetto sottile con in copertina un bello scatto in bianco e nero di una mano femminile appoggiata sulle proprie gambe.

Il titolo, La mia Berlino, accese immediatamente il desiderio di sfogliarlo e lo divorai velocemente. Quelle poche decine di pagine mi fecero comprendere la città che avevo scelto molto più di quanto avessero fatto le tante guide che avevo letto fino ad allora. Geburtsort Berlin (il titolo originale: luogo di nascita Berlino) è una raccolta di brevi scritti personali, composti nell’arco di 17 anni (1986-2003), che compongono un quadro della città del Muro riflessivo, critico, ma anche nostalgico.
«Mio figlio ha voluto a tutti i costi andare a studiare a Berlino, nonostante i berlinesi gli diano l’impressione di essere villani, anzi lui direbbe zoticoni. E poi le sparano grosse. Conosce la barzelletta del ragazzo berlinese che va sulle Alpi per la prima volta e ironizza sulla piccolezza di quei monti, e quando gli si obietta che i berlinesi non hanno montagne risponde: “Ma se ne avessimo, sarebbero molto più alte!”? Ecco, i berlinesi le sparano sempre grosse».
BERLINER SCHNAUZE
Il racconto che mi colpì maggiormente fu quello sulla Berliner Schnauze (grugno berlinese), di cui non avevo mai sentito parlare. Un dialogo divertente tra l’autrice e un signore, presumibilmente dell’Ovest, durante un viaggio in treno verso la capitale riunita per visitare il figlio universitario. Ne nasce un confronto acceso sulla fama di popolo rude e poco affabile dei berlinesi. L’autrice, nata a Berlino, pur riconoscendo un fondo di verità nelle parole dell’uomo, cerca di fargli comprendere quanto la sua lettura sia approssimativa e superficiale. Una frase in particolare mi colpì:
«… Ogni brontolio dei berlinesi è solo un tentativo mascherato di attaccar bottone, mi creda …».
Pensai allora al tipo del negozio di cancelleria dove andavo a fare le fotocopie per la burocrazia. Un ragazzo abbastanza scontroso da mettermi in soggezione e farmi sentire senza motivo in difetto.
ANTICORPI
Studiavo il tedesco da poco, ma naturalmente non ero ancora in grado di sostenere una conversazione, per cui ricorrevo spesso all’inglese. Però, una volta, mentre mi esprimevo, incerta e traballante, nella sua lingua, si lasciò sfuggire un sospiro e un plateale sguardo verso l’alto. Uscii dal negozio frustrata e in balia di un malumore che mi accompagnò finché non fui costretta a pensare ad altro. Avevo proprio deciso che non avrei messo più piede in quel posto, nonostante la comoda vicinanza a casa. Invece, alla prima occasione utile, tornai armata un sorriso pacificante e, mentre lo scanner ronzava, iniziai a parlargli. Le argomentazioni erano impacciate, generiche e banali, tipo i troppi cantieri in città o il cattivo tempo. Ma funzionò! Da quel giorno il ragazzo cambiò completamente atteggiamento e ogni visita successiva divenne occasione per scambiare quattro chiacchiere: fu come un attestato di vaccinazione contro la temuta Berliner Schnauze!
MEMORIE DOLCEAMARE
Gli altri racconti, che in realtà hanno un carattere più introspettivo e analitico, orientato all’osservazione più che alla narrazione pura, descrivono la metropoli mutante con lo sguardo di un’amante ancora appassionata, seppur un po’ disillusa. Si va dai ricordi di studentessa di ginnasio iscritta alla Freie Deutsche Jugend a riflessioni lucidamente amare sul rapporto di appartenenza con una città che, in ogni angolo, la sovrasta di ricordi, anche non propriamente felici.
Quando qualcuno mi domanda se mi piaccia vivere a Berlino, in genere rispondo che sono una berlinese, e in genere gli intervistatori si reputano soddisfatti della risposta. Forse presuppongono che a ogni berlinese piaccia incondizionatamente vivere nella sua città, oppure sanno – a conferma della loro assennatezza – che in simili casi la domanda si volge in paradosso, come quando si chiede a qualcuno se gli piace esser figlio dei propri genitori, dato che ognuno è quel che è, oppure non è affatto.
KNEIPE E CANI
Monika lascia affiorare, con naturalezza, aspetti e rituali della cultura est-berlinese, dalle Kneipe fumose e ostinatamente popolari al rapporto viscerale tra i berlinesi e i loro cani, presenza costante e quasi speculare. In questo legame si riflette anche il tono della parlata locale, quella Berliner Schnauze ruvida e sincopata che, per molti, richiama proprio l’abbaiare dei cani: secca, diretta, a tratti brusca, ma raramente priva di una sua forma di calore. La voce di Monika è accompagnata dagli scatti suggestivi ad opera di suo figlio Jonas: un intreccio che amplifica il tono malinconico del libro.
CHI È MONIKA MARON
La vita di Monika Maron sembra riflettere lo specchio delle contraddizioni di Berlino. Figlia di una vittima del nazismo e figliastra di un influente ministro, ha vissuto sulla propria pelle ogni lacerazione di buona parte del secolo scorso. Le sue opere letterarie sono state largamente apprezzate, a partire dal romanzo d’esordio, Flugasche (cenere volante), che affrontava il tema ambientale nella DDR con un approccio critico, poco gradito dai governanti. Per questo, il libro venne pubblicato “clandestinamente” in Germania Ovest. Nel 1992, in seguito all’apertura degli archivi Stasi, emerse che tra il 1976 e il 1978 aveva collaborato con il Ministero della Sicurezza come Inoffizielle Mitarbeiterin (informatrice non ufficiale). Il rapporto fu però interrotto per lo scarso collaborazionismo e la refrattarietà nel deferire i suoi connazionali. Un atteggiamento che le si rivoltò contro, ponendola nella condizione di sorvegliata speciale.

Licenza Creative Commons 4.0
CONTROVERSIE
Forme di ostracismo sempre più insostenibili e l’etichetta di intellettuale dissidente la spinsero, nel 1988, ad abbandonare il paese e trasferirsi ad Amburgo. Tornò a vivere a Berlino dopo la caduta del Muro, nel 1993. In anni più recenti la sua figura è stata oggetto di discussione, per via di alcune opinioni in materia di immigrazione e cultura islamica. Ulteriori esternazioni controverse sulla gestione dell’identità tedesca l’hanno spinta ai margini di quel mondo intellettuale che l’aveva idolatrata. La pubblicazione di alcuni saggi con una casa editrice molto vicina alla destra tedesca, ha portato a un divorzio drastico dal suo storico editore.



