LA MALEDIZIONE DEL DUCA BIANCO

IL SORTILEGIO
Evidentemente il viaggio in treno per il sospirato ritorno a Berlino non era stato abbastanza tribolato. Forse ha voluto essere il preludio delle disavventure che mi avrebbero atteso durante il soggiorno. Tuttavia, incurante di quanto accaduto e carico di entusiasmo, ho pianificato le giornate a venire, completamente ignaro della maledizione che il Duca Bianco mi avrebbe lanciato. Il monolocale messomi a disposizione nel Samartiterviertel era confortevole e silenzioso. Le ampie finestre affacciavano su un tipico Hof (cortile) berlinese, dove coppiette e piccoli gruppi di ragazzi, bevono, fumano e chiacchierano seduti su una panchina di legno scorticata.
SAMARITERVIERTEL
A poche decine di metri dall’alloggio si trova quello che mi ospitò nel 2006. Il Samariterviertel fa parte di Friedrichshain, Ortsteil di Berlino Est oggi annesso a quello di Kreuzberg, con cui forma un unico Bezirk. I due quartieri oggi uniti, fino al 1989, erano entrambi periferici; due zone terminali della città ancora divisa dal Muro. Nel 2006, il processo di rivalutazione dei distretti orientali era ancora circoscritto all’area tra Warschauer Straße, Simon-Dach-Straße e Boxenhaneger Platz. I dintorni di Frankfurter Tor avevano già iniziato ad animarsi, specie nelle ore serali e notturne, grazie ai bar e ai locali che aprivano copiosamente. Invece, il piccolo Kiez intorno alla Samariterstraße, in direzione Lichtenberg, appariva ancora anestetizzato e sospeso nel passato. C’erano solamente pochi Späti, alcune piccole attività commerciali e un paio di vecchi Kneipe in cui il tempo sembrava essersi fermato al periodo prima della caduta del Muro.
PASSATO E PRESENTE
A distanza di oltre quindici anni, già uscendo dalla U5 ho percepito all’istante la trasformazione. Un frenetico viavai e tanti nuovi negozi, bar e ristoranti. Splendidi murales e opere di street art, il vocio concitato, la musica proveniente dai locali hanno illuminato e dato vita e colore a strade un tempo desolate e spente. Solo la strada dei due alloggi è rimasta quieta e silenziosa, con al centro della carreggiata un viale pedonale orlato da alberi sui lati. In fondo alla strada spicca la guglia della Samariterkirche, chiesa che fu sede e teatro dei moti di ribellione contro il regime della DDR, come accennato nel post dedicato a Bettina Wegner. Ammetto che la metamorfosi di questo piccolo quartiere non mi ha particolarmente entusiasmato: trovo che abbia perso il fascino e l’autenticità che lo caratterizzavano e somiglia molto alla sopracitata Simon-Dach-Straße.








SUPERMERCATO
Avevo declinato un invito a cena per via della stanchezza accumulata tra il lungo viaggio e la botta di adrenalina generata dall’arrivo; volevo fare un po’ di spesa, ma si era ormai fatto tardi. Non avevo voglia di arrivare a Ostbahnhof, dove ci sono un supermercato e un discount aperti fino a tardi, anche nei festivi. Fortunatamente, da una ricerca in rete ho appreso che nella non distante Revaler Straße, da qualche tempo ha aperto un superstore aperto h 24*. Ho quindi raggiunto Frankfurter Tor con la U5 e lì sono salito sull’M10 per due fermate. Nonostante fosse martedì sera, le strade brulicavano di ragazzi e turisti, complici il bel tempo e il caldo. I chioschi dei Kebap e Currywurst erano stati presi d’assedio da orde di giovani, e anche il supermercato era piuttosto gremito. Procuratomi l’occorrente, sono tornato a casa e crollato in un sonno profondo e ristoratore.
*update del 09.04.2024: si è trasferito qui e chiude alle 23:30.
I CONFINI DELLA NOTTE
Grazie alla tranquillità del condominio, ho dormito così pesantemente da riaprire gli occhi dopo appena sei ore, alle prime timide luci dell’alba. Mi sono vestito per uscire a fare una breve passeggiata nel quartiere; appena fuori dal portone ho scorto un paio di anziani a passeggio con i loro cani e una ragazza che faceva jogging. In lontananza udivo delle grida e delle risate sconnesse e, una volta svoltato sulla Proskauer Straße, ho notato un gruppetto di adolescenti che schiamazzavano in mezzo alla strada. Erano palesemente in preda ai fumi dell’alcol. Berlino è anche questo, ho pensato.

PIANO DEL GIORNO
Tornato in casa, ho sorseggiato un caffè mentre la stanza riprendeva lentamente vita con i primi raggi di sole. Armato di cellulare, carta e penna ho tracciato l’articolato programma della prima giornata, scegliendo tra le opzioni precedentemente annotate. Consapevole del poco tempo a disposizione per completarle tutte, ho controllato il meteo: indicava possibili piogge il giorno successivo. Quindi, ho scelto di dare priorità a grandi spazi verdi e punti panoramici. Pur memore del previsto picco di caldo atipico, io, abituato all’afa soffocante di Bologna, non mi sono allarmato.
38 GRADI
Già alla prima tappa dell’itinerario, il Viktoriapark, ho iniziato ad accusare il colpo, indugiando a lungo da una panchina all’altra, al riparo di alti alberi secolari. Nello splendido parco vi eravamo solo io e pochi altri temerari. Le maestose cascate erano inattive, a causa della siccità e dell’emergenza idrica e a un certo punto ero talmente stremato dall’afa disumana da dimenticare lo zaino su una panchina, con all’interno contanti, carte e documenti. Fortunatamente me ne sono accorto subito e, tornato trafelato sul posto, l’ho ritrovato esattamente dove l’avevo lasciato. A quel punto, svuotato di ogni energia e in un bagno di sudore, era impraticabile il proposito di raggiungere le altre tappe designate: Teufelsberg, Drachenberg e Tempelhofer Feld. Mete che, oltre a richiedere cambi e tempi di viaggio consistenti, avrebbero necessitato di lunghi tratti a piedi.
CHARLOTTENBURG SCHLOSS
Arrivato al bellissimo castello di Charlottenburg nel primo pomeriggio, il sole picchiava sempre più forte. Ero ridotto a uno straccio gocciolante: le due bottiglie d’acqua che avevo tracannato avevano impregnato completamente t-shirt e pantaloncini. Anche questo elegantissimo quartiere di Berlino Ovest era pressoché deserto, con l’eccezione di qualche impavido turista. La tentazione di tornare all’appartamento o a casa dei miei amici era fortissima, ma ero determinato a non vanificare il resto della giornata.

155 HAUPTSTRAßE
Ho deciso perciò di raggiungere l’edificio a Schöneberg dove, sul finire degli anni ’70, avevano abitato David Bowie e Iggy Pop, che in un’altra occasione avevo tentato di visitare senza successo. Per quanto sia un estimatore di Ziggy e dell’iguana del rock, ho sempre ritenuto un po’ inquietante il senso di culto tipico dei cosiddetti fan; senza contare che non ho certo 15 anni. I 20 minuti di tragitto sotterraneo sulla U7 per raggiungere Kleistpark (la fermata a poche decine di metri dal “tempio” del Duca Bianco e dell’Iguana) mi hanno dato un po’ di tregua dalla canicola. Durante la corsa ho cercato di accumulare energie per un’ulteriore tappa successiva: la tomba di Marlene Dietrich, nella non distante Friedenau.

UN QUARTIERE ANONIMO
Accanto al portone del civico 177 (contrassegnato da una targa commemorativa) ho riconosciuto il piccolo bar che le due rockstar erano solite frequentare. Numerose loro foto in bianco e nero erano esposte sia all’interno che fuori dal locals All’altro lato del portone, c’era un laboratorio di tatuaggi. Il circondario mi è sembrato piuttosto anonimo e asfittico, intristito ulteriormente dalle transenne in plastica dei lavori stradali in corso. Il tutto risultava infotografabile, sebbene non avessi nemmeno la forza anche solo per pensare di maneggiare la fotocamera. Contestualmente decisi di rinunciare al saluto al blaue Engel.
DRAMMA
Stabilito che il primo giorno fosse ampiamente concluso, ho deciso di tornare all’appartamento per una doccia rigenerante, poi avrei raggiunto casa di amici per una cena. Ravanando nello zaino alla ricerca dello smartphone per avvisarli, sentii la temperatura corporea abbassarsi vertiginosamente, ghiacciando il sudore di cui ero completamente fradicio. Con cadenza meccanica e regolare ho alzato più volte lo sguardo al cielo terso, per poi lo rigettarlo insieme alle mani isteriche dentro lo zaino, speranzoso che il telefonino, per magia, si sarebbe rimaterializzato.
FLASHBACK
In quel momento ho ricordato che mentre salivo la rampa dai binari verso l’uscita della U-Bahn, una voce di donna gridava Hey? Hallo! Hallo! alle mie spalle. Io, dando per scontato che non ce l’avesse con me. l’avevo ignorata. In presa a un cortocircuito di ansia e disperazione, ho cominciato a produrre i pensieri più inconcludenti e le azioni più dissennate. Uscivo e rientravo dalla stazione istericamente, in loop, come un disco incantato, speranzoso di ritrovare quella donna misteriosa. Nel mentre, mi dannavo per la perdita di tutte le foto che avevo scattato, incurante dell’impossibilità di connettermi con il resto del mondo.
VENDETTA
Mi sono chiesto se ci fosse una possibile correlazione tra Bowie e la sfortuna (dato il precedente), nonché sull’eventualità di un beffardo maleficio. Avevo denigrato e screditato il luogo fondamentale dove Bowie aveva trovato la salvezza e un rinnovato impulso creativo. La lucidità e il raziocinio dovevano essere evaporati attraverso i pori, insieme all’acqua ingurgitata: invece che mettere me stesso davanti alle mie ovvie responsabilità, me la prendevo con il Duca Bianco e il suo amico.

LA CENA
Durante la cena erano tutti mossi a compassione per la mia sciagura; anche se nessuno lo diceva apertamente, tutti dubitavano fortemente che avrei mai recuperato il mio Handy. A quel punto non avrei più potuto potevo organizzare gli itinerari per i giorni successivi, ed ero all’inizio della vacanza. Decisi che avrei preso i mezzi pubblici in modalità random, scendendo alle fermate ispirato dai nomi delle stazioni. L’ho fatto svariate volte, e ciò spiega come mai non fossi mai stato prima al Viktoriapark, al Schloss Charlottenburg o sulla famigerata Hauptstraße 155. Famigerata e, aggiungo, del tutto trascurabile perché, perdonami Dave, ma continuo a pensare che tu abbia vissuto in una delle zone meno interessanti di Berlino.
E comunque, alla fine, il cellulare l’ho ritrovato!







