CHRISTA PÄFFGEN, UN MITO SOSPESO

Nata a Colonia nel 1938, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale Christa Päffgen vive con la madre a Berlino Ovest. Ancora molto giovane inizia a viaggiare tra l’Europa e gli Stati Uniti, catturando l’attenzione grazie a una bellezza atipica e a un magnetismo enigmatico. Negli anni Sessanta si afferma come top model ante litteram con il nome d’arte Nico, muovendosi con disinvoltura tra moda, cinema, musica e arte, fino a diventare una figura potente della cultura visiva e sonora del Novecento. Il suo legame con Berlino è prettamente simbolico: come la capitale tedesca, la sua vita è attraversata da crepe profonde, cicatrici evidenti e vuoti lasciati intenzionalmente aperti e mai ricuciti. In questo post ripercorriamo la storia di una donna che ha trasformato la propria inquietudine in linguaggio, e il proprio nome in mito e icona della cultura underground.
Indice
INFANZIA E ADOLESCENZA
Nico è ancora oggi una figura di culto, ma anche un riferimento culturale a tratti irrisolto. È diventata un simbolo di fascino misterioso e glamour, grazie alla sua indiscutibile avvenenza. Eppure, la sua bellezza dura e algida è sembrata, col tempo, diventare troppo ingombrante per le ambizioni artistiche che inseguiva. Nasce a Colonia il 16 ottobre 1938 come Christa Päffgen, ma nel 1940, in piena era nazionalsocialista si trasferisce con la madre nello Spreewald (Brandeburgo), un territorio quieto e silenzioso, ricco di canali e boschi. Dopo la guerra (e la morte del padre al fronte) vivono a Berlino Ovest, e Christa comincia presto, incoraggiata dalla madre, a lavorare come modella per un’agenzia della città. Parallelamente lavora come commessa alla KaDeWe, i grandi magazzini di lusso di Berlino Ovest.


MODA, CINEMA E ARTE
Negli anni Sessanta il suo nome inizia a imporsi. Diviene un punto di riferimento dell’iconografia del periodo: un simbolo moderno e ricco di fascino, ma anche distante e inafferrabile. Perfino il cinema si accorge di lei: appare ne La Dolce Vita di Federico Fellini: un piccolo ruolo in cui recita nella parte di sé stessa.

Nico diventa sinonimo di glamour europeo, inquieto e non addomesticabile. Condiziona e marchia la cultura popolare attraversandola come un’onda anomala. Il suo nome si lega a momenti artistici unici, a sodalizi che diventano i tasselli di un mito in costruzione. Brian Jones dei Rolling Stones, col quale intreccia una relazione sentimentale, la introduce nella musica. Con un’etichetta londinese esce il suo primo 45 giri I’m not Saying che riscuote qualche consenso, particolarmente in Canada.
CON I VELVET UNDERGROUND
Determinante è l’incontro a New York con Andy Warhol. L’artista di Pittsburgh la integra rapidamente nella sua Factory, elevandola a musa e figura funzionale alla costruzione del suo immaginario. La introduce nei Velvet Underground: scelta più concettuale che musicale, accolta con scarso entusiasmo dai componenti della band. Warhol non ha le competenze per produrre musica, ma intuisce il potenziale nell’accostare, anche solo visivamente, la figura magnetica statuaria della sua musa e la giovane band fondata da John Cale e Lou Reed. Naturalmente il contributo di Nico, dal punto di vista creativo, è pressoché nullo. A parte i pochi brani affidati alla sua voce, nei live resta sullo sfondo a battere sul cembalo a sonagli. Eppure, i tre brani cantati da Christa, All Tomorrow’s Parties, I’ll Be Your Mirror e soprattutto Femme Fatale, sono diventati leggendari. Al momento della pubblicazione l’album vende pochissime copie.



Il pubblico non sembra colpito dalla copertina iconica (la grande banana “sbucciabile” che rivela una polpa rosa) e da canzoni che trattano di droga, sesso e alienazione.
È il 1967, un’epoca dominata dalla controcultura hippie, dal pacifismo e dalle “good vibrations”. L’intellettualismo di Cale e Reed, motori creativi del progetto, passa invece attraverso una semplificazione e un nichilismo lucido: accordi e armonie scarne, testi scomodi, privi di compiacimento. La voce vitrea, obliqua e monocorde di Nico non sembra cercare empatia, ma imporre distanza. Solo negli anni successivi il disco diviene una pietra miliare, sprigionando un impatto culturale deflagrante.
PIETRA MILIARE
Sono numerosi i musicisti che hanno dichiarato la forte influenza esercitata su essi dall’album The Velvet Underground & Nico. Tra questi: David Bowie, Iggy Pop, Brian Eno, Robert Smith, Michael Stipe, Kurt Cobain e i Sonic Youth. Dopo l’album d’esordio, I Velvet Underground attraversano tempi difficili. Reed entra in conflitto con Cale e la band implode. Nico viene allontanata e resta ai margini della narrazione ufficiale, ma al centro del mito. Fuoriuscito anche Cale — che rimarrà in buoni rapporti con Nico e produrrà svariati suoi lavori solistici — la band non riesce comunque a imporsi, e anche Lou Reed abbandona il gruppo per abbracciare la carriera solista. Nico, Cale e Reed si riuniranno eccezionalmente per un concerto al Bataclay di Parigi nel 1972.
CHRISTA PÄFFGEN, ARTISTA AVANT-GARDE
Dopo i Velvet Underground, Nico sviluppa una carriera solista orientata verso la sperimentazione e un’estetica più europea, cupa e rigorosa. The Marble Index, Desertshore e The End…, sono album precursori, considerati di culto dagli appassionati della psichedelia più spinta. Nel 1974 dichiara a un giornalista berlinese che per lei i sogni contano più della vita quotidiana, una frase che oggi suona come un manifesto involontario. In quegli anni partecipa a un evento dal vivo presso la Neue National Galerie di Berlino, intonando l’inno nazionale tedesco nella sua interezza, accompagnandosi unicamente con l’harmonium. La reazione del pubblico è ostile, seppure la scelta non celi intenti nostalgici o celebrativi. È piuttosto una messa in scena del trauma: una performance che trasforma l’anthem in un requiem, un confronto diretto con le ombre irrisolte dell’identità tedesca. Berlino, ancora una volta, non fa da semplice sfondo, ma da moltiplicatore e amplificatore simbolico.
GLI ANNI OTTANTA
Negli anni Ottanta, quando molti la considerano una figura appartenente al passato, Nico ritorna sulle scene con un paio di lavori caratterizzati da sperimentazione e uso massiccio dell’elettronica. Sono lavori freddi, spigolosi, ostinatamente fuori da ogni intenzione commerciale. Ottengono infatti scarsi riscontri di vendita e non tutti i critici li comprendono. Tuttavia, dal vivo, Nico torna ad affermarsi come figura di culto: le sue esibizioni attirano un pubblico fedele, irresistibilmente attratto dalla forza evocativa del suo carisma cupo e misterioso. Infatti, i suoi live, più che semplice intrattenimento, vengono vissuti come dei rituali, con atmosfere dense, una tensione costante e una sensazione di disagio che è parte imprescindibile dell’esperienza. Nico sembra più interessata a generare inquietudine e attrito che compiacere il pubblico.
“EROI” DESTRUTTURATI
Emblema di tale attitudine è la sua cover di “heroes” di Bowie. La versione originale è un’esplosione di tensione emotiva, sospesa tra speranza e disperazione; quella di Nico, invece, è spoglia, sghemba e scarnificata, sfrontatamente opposta. Rimpiazza la potenza sonora e il canto appassionato di Bowie con un’interpretazione algida, asettica e obliqua. La visceralità bowiana lascia il posto a un senso di afflizione asciutto, scomodo, persino molesto. Nico trasforma l’inno delle possibilità in una meditazione cruda e chirurgica sull’ineluttabile. Non c’è sublimazione né autocompiacimento: solo l’esposizione nuda e implacabile del dolore.
CHRISTA PÄFFGEN – LA MORTE
Relazioni tumultuose e una lunga dipendenza dall’eroina segnano indelebilmente Christa Päffgen, alimentando il mito dell’artista misteriosa e maledetta. Sul finire degli anni 80 risiede a Manchester dove tenta di disintossicarsi. Nell’estate del 1988 va in vacanza a Ibiza con il figlio Ari, nato, a suo dire, da una breve frequentazione con Alain Delon. Il divo francese ha sempre negato la paternità, ma il fatto che erano stati proprio i genitori dell’attore a crescere Ari, mentre Nico era dedita alla sua carriera, sembrava confermare tale voce. Christa muore a Ibiza il 18 luglio 1988, a 49 anni, a causa di un’emorragia cerebrale non diagnosticata dopo una caduta in bicicletta. È sepolta accanto alla madre nel cimitero di Grunewald-Fors, noto come il cimitero dei suicidi. La sua tomba ha rischiato in più occasioni la rimozione, ma è stata salvata grazie alle donazioni dei fan. Anche dopo la morte, Christa Päffgen pare essere condannata alla precarietà e ad aleggiare come un mito sospeso.
PLAYLIST
Le immagini presenti in questo post sono tratte dal profilo Flickr di deepskyobject. (Licenza Creative Commons)






