CHI SONO (IO E BERLINO)

CHI SONO (IO E BERLINO)

CHI SONO (IO E BERLINO) – 1999

Era l’inizio dell’ultimo dicembre dello scorso millennio. Un flyer pubblicitario preso in un hotel romano ammiccava con un’offerta speciale. Volo A/R Roma-Berlino a sole £ 270.000. Ebbene sì, c’erano ancora le vecchie lire e soprattutto non esistevano ancora le compagnie low cost. O forse, per meglio dire, erano agli albori e non ancora molto diffuse. Con un gruppo di amici decidemmo di cogliere l’opportunità e volammo da Fiumicino a Schönefeld. Già il vecchio scalo di Berlino Est (oggi chiuso) ci sorprese un po’, con le sue infrastrutture datate e sconode. Un aeroporto piccolo e obsoleto: molto distante dalle aspettative gonfiate dalla retorica della Germania efficiente e moderna. Ma, quando arrivammo in città, restammo letteralmente abbagliati dall’esercito di luminarie natalizie che sfavillano lungo il Kurfurstendamm e la Tauentzienstraße. Dal dente cariato1, la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche, ai sette opulenti piani del KaDeWe, la parte occidentale di Berlino ci sembrò un enorme centro commerciale outdoor.

CHI SONO – 2006

Di fatto, fu un weekend intenso e divertente, ma più per merito dell’entusiasmo giovanile e dei compagni di viaggio. Trovai Berlino vivace e frenetica, ma anche asettica, anonima e bruttina. Tra l’altro la visitai un po’ distrattamente, e della parte a Est vidi molto poco. Considero il mio ritorno, nel 2006, la mia vera prima volta. Soggiornai nel cuore del Samariterviertel, all’epoca ancora ancorato al suo passato di quartiere di Berlino Est. Nulla che mi ricordasse lo sfavillio consumistico di Charlottenburg e Schöneberg. Quella volta conobbi finalmente Berlino, quel suo rivelare le sue mille anime, tutte diverse e distanti tra esse. Ho continuato a visitarla almeno una volta all’anno, convinto che prima o poi mi sarei trasferito lì definitivamente. Osservavo le trasformazioni della città, talvolta anche troppo radicali, e mi sembrava che io stessi cambiando di pari passo con lei. Erano gli ultimi anni della Berlino povera ma sexy.

CHI SONO – RITI

Non so più quante volte mi abbiano chiesto perché amo Berlino. Di solito sorridevo e sviavo: non non sapevo proprio cosa rispondere. Più il legame con Berlino si rafforzava, più diventava emozionale e impalpabile. Come potevo dare forma, con leparole, a un sentimento irrazionale e remoto? Quando camminai la prima volta lungo la Karl-Marx-Allee mi sentii felice e incredulo, come un bambino la sua prima volta al mare. Ho amato subito i suoi lunghi e spietati inverni. Quante camminate notturne con temperature sotto lo zero! Entravo in uno Späti2 o in una Kneipe3 per una Weiße4 o un Kurze5. Non che l’alcol mi scaldasse: al massimo mi stordiva quel tanto da farmi dimenticare del freddo tagliente. Peregrinavo randomico lasciando che fossero i muri, le luci e la sinfonia urbana a guidarmi. Non capivo mai se stessi attraversando io la città o se fosse lei a fluire dentro me.

Quando sento dire che Berlino è una città brutta o insulsa, mi offendo come se insultassero mia madre. Ma è vero che un tempo lo pensavo anch’io. Berlino può deludere chi cerca scorci da cartolina o monumenti millenari. Il suo assetto urbano, privo di un vero centro storico, può disorientare. Eppure è proprio la sua storia recente, fatta di distruzione e rinascita, ad averle conferito quell’identità frammentata e inquieta che la rende unica. Oggi Berlino è la metropoli più vasta e popolosa dell’Unione Europea, e per capirla bisogna immergersi nel suo tessuto vivo e nelle sue contraddizioni. In fondo, l’inflazionata frase di Kennedy, Ich bin ein Berliner6, cela un messaggio più vasto: Wir sind alle Berliner7 , se ci lasciamo attraversare da questa città che prima di essere capita va sentita.

CHI SONO – IL CAMMINO TERAPEUTICO

A un certo punto, l’amico che mi ospitava a ogni viaggio si era trasferito in un autentico Plattenbau8 nei pressi della ex Leninplatz. Qui un tempo si trovava il busto del leader sovietico, rimosso in una celebre scena di Good Bye, Lenin!. Oggi si chiama Platz der Vereinten Nationen, e da lì parte una delle grandi arterie berlinesi: la Landsberger Allee. Non è una bella strada: di certo non la includerei in un ideale itinerario di tappe imperdibili. Eppure una forza inspiegabile mi spingeva a percorrerla a piedi, allungando sensibilmente il tragitto verso il cuore della movida di Friedrichshain. Anche al ritorno, quando la notte ormai stingeva nell’alba, prendevo la Petersburger Straße per ripercorrere quello stradone desolato. Era un momento catartico, in cui facevo i conti con tormenti e incertezze sul futuro, ma anche carico di euforia. Quello era il luogo — e il tempo — che avevo bisogno di vivere.

CHI SONO (IO E BERLINO) – CAMERA CON VISTA
Camera con vista

L’appartamento nel Plattenbau ha grandi finestre che guardano verso la vicina Alexanderplatz. L’asparago della televisione6 domina sullo sfondo. Addormentarmi e svegliarmi salutandolo rappresenta una ricchezza e una fortuna inestimabili. A Roma ho vissuto in una casa costruita a ridosso delle mura di un acquedotto romano. Ma per quanto amassi la mia vita a Roma, solo a Berlino mi infiammavo. Non potendo spiegarlo persino a me stesso, ho smesso di rincorrere la logica. Non era una passione da indagare, ma solo da vivere, un po’ come quando ci si innamora di chi non ti somiglia o non si incastra nei tuoi schemi. Ecco perché non ho mai smesso di tornare, rinunciando a conoscere ed esplorare altri luoghi e realtà. Io non capivo Berlino, ma lei sembrava conoscermi meglio di chiunque altro. Roma era sempre più il ricordo di ciò che ero; Berlino, la promessa di ciò che potevo e volevo diventare.

Fino ai primi anni dei 2010, Berlino era immersa in un’atmosfera unica e vibrante. La città pulsava al ritmo dei sogni e della sperimentazione. Club e locali spuntavano come funghi, insediati in vecchie fabbriche e aree industriali dismesse. Il costo della vita era incredibilmente basso rispetto alle altre metropoli europee. Si respirava un’aria frizzante; tutto sembrava possibile e l’imprevisto era la norma. Poi, l’invasione progressiva degli investitori ha soffocato inesorabilmente la sua anima più genuina . La riqualificazione dei quartieri centrali ne ha ridisegnato il volto, cancellando quella decadenza, irresistibile e suggestiva, che le conferiva un fascino unico. Le speculazioni immobiliari hanno fatto lievitare i prezzi, trasformando la Berlino delle opportunità in un esoso rimpianto. Qualche frammento della vecchia città resiste ancora, soprattutto nei racconti di chi l’ha vissuta e amata. E in quegli angoli dove, se si presta attenzione, è ancora possibile riconoscerla e continuare ad amarla.

NOTE

1 Dente cariato è il nomignolo con cui i berlinesi chiamano la Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche (Breitscheidplatz – Charlottenburg), chiesa pesantemente bombardata durante la II Guerra Mondiale.
2 Gli Späti sono piccoli negozi aperti fino a tardi o anche h24, che vendono bevande, sigarette, cibo e snack.
3 Le Kneipe sono tipiche osterie tedesche: luoghi informali dove si può mangiare piatti semplici, bere una birra, e chiacchierare senza fretta.
4 La Weisse, abbreviazione di Weissbier, è una birra di frumento tedesca, chiara, leggermente torbida e dal gusto fruttato.


5 I Kurze sono shot di liquore in piccole bottigliette da asporto, tipici dei bar berlinesi e venduti anche negli Späti e nei supermercati, solitamente vicino alle casse.
6 Ich bin ein Berliner (Sono un berlinese): frase pronunciata da J.F. di Kennedy in visita a Berlino Ovest nel 1963, in occasione di un comizio tenuto davanti al municipio di Schöneberg.
7 Wir sind alle berliner: Siamo tutti berlinesi.
8 I Plattenbau sono edifici prefabbricati in cemento armato, tipici della DDR (o Germania Est), costruiti in serie durante l’epoca socialista.
9 I tedeschi dell’Est chiamavano la torre della TV Telespargel (asparago della televisione) per la sua forma slanciata e bianca, simile a un enorme asparago.


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