UOMINI E ANGELI

UOMINI E ANGELI

A volte il luogo in cui si scopre un film finisce per diventare parte integrante del ricordo. È quanto accaduto a Claudia con Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders: una visione condivisa durante gli anni trascorsi a Berlino, diventata un’occasione per riflettere sul rapporto tra uomini e angeli, sulla fragilità dell’esistenza e sul significato della felicità.

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TRITTICO PERSONALE

I primi due i film che, per motivi diversi, hanno alimentato il mio amore per Berlino sono stati Good Bye, Lenin! e Le vite degli altri. Due pellicole radicalmente diverse: una commedia agrodolce sulla fine di un’epoca e un dramma cupo e claustrofobico ambientato durante gli ultimi anni della DDR. Un terzo è arrivato solo dopo il mio trasferimento nella capitale tedesca. Un capolavoro uscito due anni prima della caduta del Muro. All’epoca avevo otto anni: troppo pochi per comprenderlo fino in fondo, ma il nostro incontro sarebbe avvenuto oltre vent’anni dopo. E non è un caso che sia accaduto proprio nel cuore della città che gli fa da sfondo, dove l’intreccio tra angeli e uomini si dipana tra desiderio e realtà.

CLUB CINEFILO

Vivevo a Berlino da ormai un anno; uno degli aspetti che avevo amato da subito era lo spirito di aggregazione, soprattutto nell’universo degli expat. Si formavano gruppi per condividere passioni e hobby, sempre sotto il “diktat” tutto berlinese di essere un po’ artisti o, perlomeno, assetati di cultura. Tra questi, il mio preferito era quello formato da appassionati e studenti di cinema. Ci si riuniva per proiezioni domestiche di classici, film d’autore e titoli semisconosciuti. Grazie a questa iniziativa scoprii il cinema della DEFA, che mi permise di addentrarmi negli spaccati più autentici della Germania Est. Ci ritrovavamo nei salotti, tra vecchi divani polverosi e intavolavamo discussioni infinite fino a notte fonda. Durante una di quelle serate vidi finalmente Der Himmel über Berlin, in lingua originale con sottotitoli in inglese.

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DER HIMMEL ÜBER BERLIN di Wim Wenders (Germania Ovest 1987)

Il cinema di Wenders, più che raccontare storie, osserva e descrive la natura dell’uomo. Spesso i suoi film sono incentrati nella continua ricerca di qualcosa che assomigli alla felicità, pur consapevole della sua transitorietà. Il cielo sopra Berlino è una pellicola esistenzialista, popolata di dubbi, desideri, rimpianti e solitudini frequenti nella condizione umana. Non a caso il titolo internazionale, Wings of Desire, sembra incarnare il desiderio profondo che spinge gli angeli a rinunciare all’eternità per abbracciare la vulnerabilità terrena e l’amore. La prima sensazione che mi ha trasmesso è stata proprio questa: la ricerca della felicità che, un po’ come il viaggio, è più importante del conseguimento del traguardo. Un tema che attraversa gran parte del cinema di Wenders, popolato da città di confine e da viaggiatori, reali o interiori, costantemente in bilico tra ciò che sono e ciò che vorrebbero diventare.

DAL BIANCO E NERO AL COLORE

La contrapposizione tra il mondo visto in bianco e nero dagli angeli e quello a colori visto dagli uomini probabilmente rappresenta qualcosa di più di una semplice scelta estetica. Il mondo degli angeli è fuori dal tempo, silenzioso e sospeso. Mi piace pensare che anche il loro modo di osservare la realtà sia diverso: come se l’assenza di cromatismo consentisse loro di cogliere l’essenza delle persone, le loro speranze e le loro fragilità, senza lasciarsi distrarre da ciò che è più superficiale. Il colore arriva invece con l’esperienza umana, con la materia, con i sensi e con quelle imperfezioni che, in fondo, rendono la vita degna di essere vissuta.

CUSTODI SILENZIOSI

Gli angeli di Wenders sono lontani da una rappresentazione spettacolare: non possiedono né poteri, né facoltà di cambiare il destino degli uomini. Possono solo accompagnarli e condividere il peso delle loro emozioni, fino a farle proprie: un’empatia assoluta che li rende creature di straordinaria purezza. Non è un caso che i bambini siano i soli esseri umani in grado di vederli, mentre gli adulti, al massimo, percepiscono (o credono di percepire) la loro presenza. Gli angeli sono attratti dagli uomini perché, pur conoscendone ogni emozione, non li comprendono fino in fondo. Questa curiosità rende l’eternità quasi banale davanti all’autenticità di un’esistenza fragile.

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BERLINO, OLTRE IL MURO

Berlino funge da sfondo ideale e discreto di questa rappresentazione della quotidianità. La città dilaniata dal Muro e racchiusa entro confini artificiali, riflette le ferite interiori dei suoi abitanti. Gli angeli osservano la città dalla sommità della Siegessäule, ma sulle sue ali sembrano ritrovare anche la quiete e il sollievo dalla brutalità terrena. Una delle figure più significative del film è interpretato da Peter Falk, nei panni di sé stesso. Il celebre tenente Colombo, dà vita a uno dei personaggi chiave dell’intera storia, sebbene la sua presenza inizialmente appaia quasi indecifrabile. Per il ruolo della trapezista, la sua interprete, Solveig Dommartin, affrontò settimane di allenamento intensivo. Tutte le scene acrobatiche furono eseguite da lei, senza controfigura e, secondo diverse fonti, senza l’ausilio di reti di sicurezza.

DIETRO IL FILM

C’è poi Nick Cave, che proprio nella Berlino degli anni Ottanta aveva trovato il luogo ideale dove vivere e creare. La sua musica, sospesa tra spiritualità, amore, decadenza e oscurità, sembra condividere con il cinema di Wenders la convinzione che nell’uomo bellezza e tormento non siano opposti, ma parti inscindibili della stessa natura. Il concerto durante il quale Damiel e Marion s’incontrano fu inscenato nella Kaisersaal dell’Hotel Esplanade, dove attualmente sorge il Das Center am Potsdamer Platz (l’ex Sony Center). Invece, per le riprese degli angeli all’interno della striscia della morte, fu necessario riprodurre una porzione di Muro, in quanto le autorità della DDR avevano negato l’autorizzazione a girare nelle loro aree. Un dettaglio produttivo che in qualche modo riflette il senso di profonda divisione dell’epoca.

CANTO DELL’INFANZIA

L’incipit di Der Himmel über Berlin è dedicato alla poesia Lied vom Kindsein (Canto dell’infanzia), scritta da Peter Handke appositamente per il film. «Quando il bambino era bambino, era l’epoca di queste domande: perché io sono io e perché non sei tu? Perché sono qui e perché non lì?…». Sono versi che intendono restituire lo stupore ingenuo e originario con cui l’uomo guarda il mondo prima che le “certezze” rimpiazzino le domande. Gli angeli sembrano conservare proprio quello sguardo infantile: curiosi, amanti della vita e ancora capaci di meravigliarsi. Ed è forse questo il motivo per cui Il cielo sopra Berlino, a quasi quarant’anni dalla sua uscita, continua a parlare con la stessa delicatezza a chiunque abbia ancora voglia di fermarsi, osservare e porsi delle domande.

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