VICTORIA

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VICTORIA di Sebastian Schipper (Germania, 2015)

Oggi affronto una pellicola cinematografica che ho a lungo snobbato e che mi ha piacevolmente sorpreso. Victoria è uscita nelle sale qualche anno fa, e la trama mi sembrava che aderisse all’ennesima rappresentazione patinata e stereotipata di Berlino. Com’è successo, per esempio, con il riadattamento di Christiane F. e Unorthodox. Tali pregiudizi non si sono dissolti neppure grazie alle svariate recensioni positive. Ho continuato a ignorare il film di Sebastian Schipper, mentre il titolo occhieggiava fisso tra i suggerimenti di Prime.

ONE TAKE

Eppure, le premesse di Victoria al momento della sua uscita, nel 2015, erano tutt’altro che banali. I 140 minuti di girato in un unico piano sequenza erano certamente prova di un progetto impegnativo, ambizioso e tutt’altro che banale. Tuttavia, non sono stati sufficienti a dissipare le paure di una pallida imitazione di Lola Rennt, uno dei miei film preferiti ambientati a Berlino. Le prime scene di Victoria, ambientate in un affollato club techno, hanno rischiato di rafforzare tali riserve al punto da interromperne la visione. 

SPIRITO BERLINESE

Fortunatamente non ho ceduto alla tentazione di abbandonare un film che mi ha tenuto letteralmente inchiodato allo schermo fino all’ultimo fotogramma. La trama è sorprendente e ricca di colpi di scena, il cast convincente e l’atmosfera elettrizzante. Victoria non scade affatto nelle trite ovvietà della solita Berlino povera e sexy, ma ne agguanta lo spirito più autentico come poche altre pellicole sono riuscite a fare.

VICTORIA
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DUE FACCE

Il film è articolato in due parti radicalmente opposte. La prima parte è introspettiva e vicina all’intimismo di un classico del cinema d’autore; la seconda convulsa e frenetica come le più avvincenti pellicole d’azione. Nonostante tale netta distinzione, il risultato finale di Victoria non risulta disgiunto; le due anime del film sono amalgamate perfettamente e creano un’esperienza cinematografica coerente e coinvolgente.

RICOMINCIARE

La protagonista del film, da cui il titolo, è una giovane spagnola trasferitasi da pochi mesi a Berlino. Come molti espatriati, è giunta nella capitale tedesca alla ricerca di nuove opportunità e per allontanarsi dalle delusioni vissute nel suo paese natio. Victoria, dopo anni di conservatorio a Madrid, coltivando il sogno di diventare una pianista, era stata scoraggiata dai suoi stessi insegnanti. La spietata competitività dell’ambiente, l’aveva demotivata spingendola ad abbandonare la capitale spagnola. La vita che conduce a Berlino è grigia e solitaria: non ha amici e lavora in un bar. In discoteca balla da sola in pista e tenta di fare amicizia con il barman che la tratta con distacco.

ALL’ALBA

È notte fonda quando Victoria decide di tornare a casa per dormire un po’ prima di andare al lavoro. S’imbatte in un gruppo di quattro ragazzi che la invitano a unirsi a loro per festeggiare il compleanno di uno di loro sul tetto di un edificio. La giovane, senza troppe titubanze, accetta l’invito nonostante il lavoro che l’attende di lì a breve. Quei ragazzi sono simpatici e non le sembrano pericolosi. Inoltre, è presumibilmente attratta dall’opportunità di stringere nuove amicizie. Sonne, il leader della gang, inizia a corteggiare con delicatezza Victoria, e si offre di accompagnarla in bicicletta al lavoro. Raggiunto il bar, i due giovani iniziano a conoscersi meglio: Sonne si definisce un berlinese autentico e millanta storie buffe e strampalate a una sempre più divertita Victoria. Quest’ultima, invece, gli confida le amarezze e le delusioni per il suo sogno mancato.

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COLPO DI SCENA

A questo punto della storia, quando gli sviluppi sembrerebbero scontati e incanalati sul sentiero del romanticismo, accade qualcosa di imprevedibile. Il video sottostante mostra il backstage di uno dei momenti topici del film. (Attenzione: contiene spoiler).

L’USCITA IN ITALIA

Victoria è approdato nei cinema italiani con circa due anni di ritardo, probabilmente in lingua originale. Perlomeno lo auspico , perché anche un buon doppiaggio, a mio avviso, snaturerebbe il film, privandolo dei suoi punti di forza. Su tutti, la naturalezza dei dialoghi e delle interazioni, talvolta frutto d’improvvisazione sul set. Inoltre, la protagonista non parla tedesco e la comunicazione con gli altri personaggi è affidata alla lingua inglese, per cui una riscrittura per il doppiaggio forse sarebbe stata più complicata del normale. Interessanti e divertenti gli scambi di battute tra i ragazzi in puro slang berlinese, che non consentono alla protagonista di comprendere i fatti e le dinamiche che di lì a breve la travolgeranno.

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