UNORTHODOX E I CLICHÉ

UNORTHODOX E I CLICHÉ

UNORTHODOX di Maria Schrader (Germania, Stati Uniti 2020)

Non sono un grande appassionato di serie, ma incuriosito dai numerosi pareri entusiastici, ho deciso di guardare Unorthodox. Dopo Wir Kinder von Bahnhof Zoo, la serie incentrata sulla storia di Christiane F., confidavo in qualcosa di meno intriso di cliché e luoghi comuni. La serie tedesca che ripropone in un’improbabile chiave moderna la storia di Christiane F., al netto delle numerose falle, avrebbe potuto essere godibile. Purtroppo, il risultato finale è stato quello di un pastrocchio del tutto privo del fascino e della crudezza della pellicola cult di Uli Edel. Perlomeno le mie aspettative su Unorthodox sono state incoraggiate da un notevole rating sia di pubblico (82%) che di critica (96%).

LA SERIE

Tratta liberamente dal libro autobiografico di Deborah Feldman, la coproduzione tedesco-americana narra l’esperienza dell’autrice in una famiglia-comunità ultra-ortodossa chassidica. I 4 episodi di Unorthodox sono ambientati quasi interamente a Berlino. Da appassionato di fotografia e video mi interessa sempre osservare e constatare l’abilità di registi e direttori della fotografia nel catturare e intrappolare l’essenza della capitale tedesca. I miei unici timori erano quelli di una produzione eccessivamente basata sugli standard di molte piattaforme video. Ovvero, salvo qualche eccezione, maggiore attenzione a un presunto gusto del pubblico che a stimolarne nuove esigenze.

Unorthodox
SFONDO BERLINESE

Sfortunatamente, il mio scetticismo non era infondato: a parte l’elevato livello tecnico, in Unorthodox è emersa un’ingente quantità di falle. Un vero peccato, perché il soggetto e la trama sono realmente intriganti e appassionanti, al punto di tenermi inchiodato allo schermo fino al termine nonostante il fastidio. Purtroppo l’a funzione’utilizzo di Berlino come sfondo è a dir poco banalizzata: splendide inquadrature, ma prive di anima. Tuttavia, ciò che mi ha ancora più spiazzato è stata la totale mancanza di credibilità delle situazioni e dei personaggi, che non ha aiutato né i pur bravi attori, né il sostegno all’intero impianto narrativo.

RETORICA

Unorthodox si è rivelata una serie priva di spessore, intrisa di tutti quei cliché su Berlino che personalmente mi hanno stancato.
L’abuso di luoghi comuni, non sono necessariamente fasulli o negativi, ha prodotto un risultato mediocre; Berlino ne esce con un’immagine asettica e patinata, da dépliant pubblicitario. Una cifra che sembra confermare il sospetto di mirare deliberatamente a soddisfare le aspettative di un pubblico specifico. Ovvero, visitatori e turisti facilmente suggestionabili con immagini da cartolina, ma che poi, una volta a Berlino, ne rimangono delusi. Forse sono ingenuo io ad auspicare realismo e credibilità in produzioni che puntano, come già accennato, ad affabulare un pubblico forse un po’ assuefatto.

Unorthodox cliché
LA TRAMA

La durata complessiva di Unorthodox, di poco superiore alle tre ore, ne agevola la visione fino alla fine. Preciso che, nonostante le dure critiche finora espresse, le vicende di Esther (la protagonista), appassionano. Tuttavia, alla fine mi è restata una sensazione di insoddisfazione simile a quella che provo con una cena in un fast food.

BERLINO AUTENTICA

Per fortuna, sono disponibili svariati titoli che, a mio avviso, rappresentano degnamente e in modo credibile Berlino, senza ricorrere continuamente a stereotipi e cliché. Tra questi, il classico Good bye, Lenin!, il meno noto Oh Boy, un caffè a Berlino, il notturno e frenetico Victoria e infine il mai abbastanza ricordato Lola Rennt. Per quanto riguarda le serie, suggerisco invece Kleo, una divertente serie made in Germany, molto pulp e poco convenzionale, la cui trama si snoda a cavallo della caduta del Muro.

Ostalgie
Victoria film

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