UNA VITA AL KALEIDOSCOPIO

UNA VITA AL KALEIDOSCOPIO

MOONAGE DAYDREAM di Brett Morgen (USA-Germania 2022)

Mi sono precipitato al cinema per vedere Moonage Daydream, sapendo della sua breve permanenza nelle sale: due ore d’immersione in un mondo musicale che ho interiorizzato fino a sentirlo vibrare sotto la pelle. Durante la visione, ho aggiunto dei tasselli inediti al profilo di colui che personalmente considero il più grande artista musicale del XX secolo: David Bowie. Un documentario che, attraverso diversi filmati inediti, definisce ulteriormente un percorso artistico e umano unico. Particolare cura è stata prestata all’estetica delle immagini e ai celebri capolavori che le accompagnano, offrendo uno sguardo senza precedenti sull’aspetto umano e sul pensiero della rockstar inglese. Un affascinante cammino artistico in cui l’esplorazione musicale e personale si intrecciano in un’esperienza di vita straordinaria, che sembra filtrata da un kaleidoscopio.

L’UOMO E L’ARTISTA

Dal documentario emerge con forza il ritratto di un artista con le idee chiare e uno scarso interesse per la fama in sé. La sua ambizione primaria sembra essere stata la narrazione del mondo attraverso il suo sguardo curioso e attento. Senza la pretesa di impartire insegnamenti o anticipare i tempi, ciò che colpisce maggiormente è l’assenza di giudizio nelle sue riflessioni più profonde e acute. Inoltre, sono degne di nota le sue analisi sugli aspetti negativi dei cambiamenti del mondo, senza mai scadere nella retorica della nostalgia e del rimpianto.

IL PERIODO AMERICANO

Il Bowie dei primi anni ’70 giocava con i travestimenti e assumeva atteggiamenti ambigui e provocatori, sfornando nel mentre una serie di album che sono diventate delle pietre miliari e che lo hanno reso uno degli idoli più seducenti per i giovani dell’epoca. Il suo successo fu talmente travolgente da sconnetterlo dalla realtà; si ritrovò immerso nei personaggi da lui stesso creati al punto di smarrire il contatto con la realtà. Fu così che, a metà anni ’70, ormai schiavo delle dipendenze e intrappolato in uno stato di alienazione, comprese l’urgenza di fuggire da Los Angeles, dove viveva, e cambiare completamente vita.

BERLINO OVEST

La scelta di trasferirsi a Berlino si rivelò salvifica: qui riuscirà ad allontanarsi dal baratro in cui stava precipitando, respirando un ritrovato senso di libertà. Nell’enclave occidentale accerchiata dal Muro riscoprì il piacere di una sorta di anonimato lontano dai clamori e gli eccessi californiani. Trovò nuova linfa creativa e si liberò delle maschere e dalle ombre di ingombranti alter ego come Ziggy, Aladdin e il Duca Bianco. Per quanto fossero state fondamentali per la sua affermazione sulla scena musicale degli anni ’70, era giunto il momento di archiviarli. Il risultato fu la famosa trilogia berlinese, incluso il brano che più di ogni altro è diventato parte integrante del tessuto di Berlino. Low, Heroes e Lodger anticiparono i tempi e ispirarono numerosi artisti della nascente scena elettronica e new wave. Tra questi i Japan, gli Ultravox, i Simple Minds e i Depeche Mode.

POP STAR ’80S

L’ingresso negli edonistici anni ’80 videro Bowie approcciarsi al suo periodo più marcatamente pop. Con Let’s dance e Absolute beginners raggiunse i vertici delle classifiche e una fama ancor più globale. Nonostante i milioni di dischi e i larghi consensi, la rockstar britannica entrò in una nuova crisi creativa. La condizione di popstar alla moda e idolatrata si rivelò una gabbia scomoda che lo costrinse alla ricerca forzata del consenso. Di conseguenza inciampò in alcune produzioni non all’altezza del passato; per la prima volta cercò una direzione precisa piuttosto che crearne una propria.

UNA VITA AL KALEIDOSCOPIO: CHI ERA BOWIE?

Non è semplice rispondere a questa domanda: la poliedricità del personaggio e il suo percorso di vita sembrano proiezioni e geometrie generate da un kaleidoscopio. Era lo sfrontato e arrogante Ziggy Stardust, il nichilista e sottile Duca Bianco, l’artista riflessivo del periodo berlinese o la pop star idolatrata degli anni ’80? O forse corrispondeva maggiormente all’uomo pacato degli anni più maturi, oppure a quello ormai anziano e malato che mise in musica l’avvicinamento alla propria fine in Blackstar? A queste domande Moonage Daydream non sembra offrire risposte; tuttavia rivela la visione di vita di un uomo libero e sfrontato, abbastanza da vivere come riteneva opportuno.

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