SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI

SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI

IDA SIEKMANN E PETER FECHTER

Due vicende drammatiche legate alle conseguenze dela divisione di Berlino voluta dalla DDR. Ida Siekmann è stata la prima vittima ufficiale del Muro. Un anno dopo il tentativo di fuga del ventenne Peter Fechter finì in tragedia e tutto il mondo manifestò indignazione e condannò il regime della Germania Est. Questo post racconta chi erano Ida e Peter: due individui che sognavano solo di essere liberi e che hanno pagato con la vita il loro desiderio di un’altra vita.

UN BRUSCO RISVEGLIO

Con l’avvento del Muro, la vita di numerosi berlinesi cambiò drasticamente, a partire dai cittadini orientali che persero il loro impiego a Ovest. Soprattutto, amici, coppie e intere famiglie da un giorno all’altro vennero separati. Molti non credevano alla propaganda del governo della DDR. La motivazione ufficiale sulla necessità di una barriera a protezione dalle minacce del fascismo e capitalismo suonava tutt’altro che convincente. Comunque, nella mattinata di domenica 13 agosto 1961, i berlinesi dell’Est capirono di essere diventati dei prigionieri di Stato a tutti gli effetti. Le smanie di egemonia della DDR non si placarono di fronte alla disperazione dei cittadini che desideravano e sognavano solo di essere liberi e di ricongiungersi con i loro cari dall’altra parte del Muro. In tanti iniziarono a pensare a dei piani di fuga, e i drammi e le tragedie che ne seguirono, purtroppo, non furono pochi.

SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI: IDA
SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI

Ida Siekmann era un’infermiera di 58 anni e abitava al civico 48 della Bernauer Straße. Il suo palazzo, amministrativamente, era di pertinenza di Berlino Est, nonostante il portone d’ingresso fosse nel territorio occidentale. Anche le finestre del suo appartamento affacciavano sul lato di Berlino Ovest. Nei primi giorni del Muro, i cittadini in situazioni analoghe sconfinavano liberamente per accedere e uscire dalle loro case. Tuttavia, si trattò di una concessione transitoria dalla vita breve. Ben presto i portoni vennero murati e gli accessi agli edifici spostati sul suolo di Berlino Est.


(a sx: Brewer Bob, CC BY-SA 3.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0, via Wikimedia Commons)

ANGOSCIA

Ida era una vedova di guerra e conduceva una vita tranquilla e solitaria. Frequentava solo la sua unica sorella che abitava a pochi isolati di distanza, nel quartiere occidentale di Gesundbrunnen. Si vedevano spesso e trascorrevano insieme ogni festività e i rispettivi compleanni. Quando Ida capì che non avrebbe più potuto vedere liberamente la sorella, davanti all’inaccettabile prospettiva di un futuro di solitudine, pensò a come fuggire.

LIBERTÀ O MORTE

Diversi cittadini le cui abitazioni affacciavano a Ovest cominciarono a calarsi dalle finestre con l’ausilio di corde e lenzuola o anche, in più casi, saltando e lanciandosi direttamente sui marciapiedi, con la speranza di non farsi troppo male. I vigili del fuoco di Berlino Ovest coadiuvavano queste operazioni di fuga con teli e reti di salvataggio. Ida, che abitava al terzo piano, gettò a terra un piumone e alcune lenzuola, confidando che attutissero a sufficienza la sua caduta. Purtroppo i vigili non fecero in tempo a soccorrerla e l’impatto con il suolo fu fatale. A seguito dei traumi riportati, Ida si spense durante il tragitto verso l’ospedale. Era il 22 agosto 1961, un giorno prima del suo 59° compleanno. Una ricorrenza che non avrebbe festeggiato, come aveva sempre fatto, con l’amata sorella.

I MURI NELLE CASE

Ida Siekmann fu la prima vittima ufficiale del Muro. Successivamente, tutte le finestre affacciate sul settore occidentale vennero murate, ma più per impedire ulteriori fughe che per evitare tragedie come quella occorsa alla sfortunata donna.

SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI: PETER

Un anno dopo, il 17 agosto 1962, sulla Zimmerstraße, nei pressi del Checkpoint Charlie, il giovane Peter Fechter e un suo coetaneo erano pronti ad attuare il loro piano di fuga. Peter, un muratore di appena diciotto anni, aveva deciso di abbandonare la DDR in seguito al permesso negato per andare in visita da sua sorella, residente con il marito a Berlino Ovest. Nel mentre, a un anno dalla sua nascita, il Muro era stato consolidato e raddoppiato. Due barriere parallele racchiudevano la Innerdeutsche Grenze, la striscia della morte: un fazzoletto di terra largo alcune decine di metri e sorvegliato da milizie armate, addestrate a sparare a vista sugli eventuali fuggitivi. Una porzione di questa striscia è stata preservata per il Memoriale del Muro di Bernauer Straße, visibile anche qui.

(Foto a dx: Brewer Bob, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons)

SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI
IL PIANO

Peter Fechter e il suo amico Helmut Kulbeik avevano messo a punto una strategia piuttosto semplice. Dopo ripetuti sopralluoghi, si sarebbero nascosti nella bottega di un falegname. In base allo studio dei movimenti e delle tempistiche delle pattuglie in servizio, il loro piano sarebbe scattato intorno alle 14:30. Superato agevolmente la prima barriera, attraversarono di corsa la striscia fino a raggiungere la seconda, alta appena un paio di metri e sovrastata dal filo spinato. Dall’altra parte li attendevano il quartiere occidentale di Kreuzberg e la libertà. Helmut riuscì a mettersi in salvo per un soffio; purtroppo Peter venne raggiunto da un proiettile mentre era ancora intento ad arrampicarsi. Colpito all’anca, cadde a terra all’interno della striscia della morte.

Sul posto giunsero i poliziotti occidentali, che lanciarono a Peter alcune bende per tamponare l’emorragia, ma il ragazzo, già agonizzante, non riuscì ad afferrarle. Anche i numerosi civili presenti assistettero impotenti alla scena straziante di Peter, che gridava invocando aiuto in una pozza di sangue. I militari di Berlino Ovest non poterono entrare nella striscia della morte perché avrebbero sconfinato nella DDR. Nella parte Est, molti cittadini, attirati dalle grida e dal trambusto, si accalcarono nei pressi del Muro. I VoPos li allontanarono con fare minaccioso, del tutto incuranti della sofferenza e delle urla lancinanti di Peter. Le guardie di confine orientali non avevano un protocollo da seguire in simili circostanze. Trascorse circa un’ora prima che i militari dell’Est si avvicinassero a Peter, ma il giovane era ormai morto dissanguato, e non gli restò altro da fare che rimuovere il suo corpo esanime.

SIMBOLO E MARTIRE

L’uccisione di Peter Fechter ebbe vasta risonanza in tutto il mondo; il ragazzo divenne all’istante un martire dell’autoritarismo comunista e filosovietico. Sul luogo della tragedia è tuttora presente una stele commemorativa con sopra incisa l’emblematica frase: ...er wollte nur die Freiheit (egli voleva solo la libertà).

PROCESSO TARDIVO

Dopo la caduta del Muro, venne aperto un procedimento giudiziario contro due delle tre guardie – la terza era deceduta – che avevano aperto il fuoco contro Peter. A distanza di oltre un quarto di secolo, gli ex VoPos furono condannati a poco meno di due anni di carcere con la condizionale. La sentenza suscitò forti polemiche, poiché sanciva la mancata correlazione tra l’omissione di soccorso e il decesso. Secondo i giudici, anche in caso di tempestivo intervento, il giovane non sarebbe sopravvissuto comunque.

SOGNAVANO SOLO DI ESSERE LIBERI: IN MEMORIA

Nei dodici mesi che separarono i tragici destini di Ida e Peter, le morti in seguito a disperati tentativi di fuga furono più di venti. Le foto e i nomi delle vittime, innocenti che sognavano solo di essere liberi, sono raccolti nella Fenster des Gedenkens (finestra della memoria) di Bernauer Straße.

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