LA NOTTE DI HALLOWEEN

Un breve racconto introspettivo ambientato nella Berlino contemporanea, dove la notte di Halloween diventa il pretesto per un malinconico viaggio nella memoria. Una donna dell’ex Germania Est cammina tra le luci e le ombre della metropoli in festa, riflettendo sul peso del passato e sulla crisi di identità di chi ha visto il proprio mondo crollare.
1. VERSO CASA
“La notte di Halloween dello scorso anno, tirava un vento freddo a Berlino. Attraversavo l’Oberbaumbrücke dopo aver cenato con Else, e sotto le ampie volte in mattonato rosso ho incrociato un chiassoso gruppo di persone truccate e mascherate. Tra loro, un ragazzo molto giovane mi ha gridato: «Ehi! Posso venire con te?». Ho accelerato il passo, come lanciata con una fionda. Allora ha alzato la voce: «Scappi per via del sangue? … È colpa tua! Appena ti ho vista il mio cuore è esploso!».
I tre giganti emergevano dalle acque vicino alla sponda di Treptow. Il loro abbraccio rifletteva sullo Spree e avrei voluto fermarmi per godere lo spettacolo, ma il vento e la tristezza mi trascinarono via.

2. LA NOTTE DI HALLOWEEN – UNA DOMENICA SUL LAGO
L’estate precedente era stata particolarmente fugace: troppo poco il tempo per respirare a fondo e scrollarsi di dosso il rigore di un inverno più lungo del normale. Una domenica di luglio ero andata sul Müggelsee. Al calar del sole la gente aveva cominciato a raccogliere i propri teli da quella parodia di spiaggia. Avvertivo già il sibilo della nostalgia che, di lì a poco, avrebbe soffiato forte sulla città. Anche i bagnanti sembravano percepirlo, mentre riponevano le loro cose negli zaini: cupi e accigliati, come se quell’alito imminente stesse già cancellando quella giornata tanto attesa e appena goduta.
Indossavo un prendisole dal taglio anni Cinquanta o Sessanta, ma tradito da una fantasia dai colori psichedelici e spregiudicati, più tipica del decennio successivo. Era di Sabine: ancora oggi lo sfoggia, fiera e radiosa, sulla vecchia madia in ciliegio della mia camera da letto, incorniciata nel lontano idillio di un’estate a Rüdow.
3. RITROVAMENTI
L’avevo trovato mentre sgomberavo la soffitta di casa nostra. Quando Sabine se ne andò, restai lì sola e tutto — oggetti, lettere, aromi — spalancava e scomodava i comparti più remoti del tempo. Vendere la casa dov’ero cresciuta con lei fu doloroso, ma il solo modo, crudele e necessario, per guardare avanti. Trovare quell’abito da mare fu come un monito. Indossandolo avvertii all’istante il buon profumo di Sabine.
«Dove l’hai comprato?» mi ha chiesto Jenell. «All’esclusivissimo Centrum…» ho risposto. «Spiritosa…». Jenell è di Steglitz ed è un’appassionata di moda. Ironia della sorte, il suo entusiasmo per un il mio dozzinale vestito in poliestere mortificava la sua bralette firmata presa alla KaDeWe. Una volta Jenell mi raccontò di essere andata al museo della DDR. «È stato così divertente!». Sospettai che intendesse buffo o ridicolo; poi mi sono ricordata della sua ingenuità smaliziata.

4. LA NOTTE DI HALLOWEEN – LIBERA GIOVENTÙ TEDESCA
Per il mio ingresso ufficiale nella Freie Deutsche Jugend, a quattordici anni, Sabine mi regalò un’Agfa Rapid. La custodivo e maneggiavo come un cristallo di Boemia; oggi, vederla irrisa nella polverosa teca di un triste museo, mi offende e mi fa sentire sciocca. Scattava delle foto discrete, ma l’uso era limitato a compleanni, anniversari e feste nazionali. A Prenzlauer Berg, negli anni Ottanta mi sembrava non ci fosse nulla da fotografare. Vedevo tutto squallido, grigio e rarefatto. Era sempre stato un quartiere povero, ben prima che calassero il buio e le grinfie dell’illuminato Iosif. L’intonaco si staccava dalle facciate degli edifici crivellati dall’artiglieria sovietica. Nulla a che vedere con l’attuale Ortsteil borghese e alla moda, invaso dai turisti.
5. ELSE
Dall’appartamento nel Kollwitzkiez ricavai una cifra impensabile ai tempi del Muro. Con il boom immobiliare, quell modesto trilocale senza bagno era tramutato in oro. Else, invece, ha sempre vissuto a Kreuzberg. Veniva a Berlino Est due, massimo tre volte l’anno. Non perdonò mai al figlio di aver scelto Sabine e la DDR. Chi avrebbe mai osato dirle che per Marten tutto, dopo Sabine, era diventato accessorio e trascurabile?
Quando mancò papà, avevo appena otto anni. Da allora, Else ed io ci siamo riviste solo dopo la caduta del Muro. Ha novant’anni ed è ancora energica e in salute. Ho l’impressione che il segreto, il senso della sua longevità sia vivere nel ricordo del marito caduto in guerra e dell’adorato figlio.
6. DOVE IL TEMPO SI È FERMATO
Andare a trovare Else è come attraversare il campo minato della memoria. Ogni angolo della sua casa, tramite vecchie fotografie ingiallite, celebra e sollecita il rimpianto dei tempi andati. L’amore della sua vita, Egon, e Marten, il suo eterno ragazzo. Sabine, invece, è assente. Anche solo evocarla infesterebbe il sacro rifugio dei suoi ricordi, come uno spirito infausto, un fantasma scomodo. Il forte odore di legno stantio, polvere e lavanda secca sembra sovrastare il profumo di Sabine fino a cancellarlo, persino dalla mia mente. Un fermo immagine olfattivo potente come un esorcismo. Il tempo da Else, per Else, si è fermato, come il vecchio orologio a pendolo rotto, e mai riparato, della sua asettica sala da pranzo. Segna l’ora esatta due volte al giorno. Solo per lei, per il nonno, e per il giovane Marten. Non per Sabine: qui, lei, è come se non fosse mai esistita.

7. LA NOTTE DI HALLOWEEN – RIFLESSI
Erano trascorsi dei mesi da quel 9 novembre. Finalmente mi decisi a rivedere Else, a distanza di dieci anni.
«Fatti guardare! … Dio mio! Sei diventata una donna bellissima! Identica al mio Marten!».
“Il mio Marten”, non “il tuo papà”. Comunque non è vero: non gli somiglio granché. Molti quando vedono la donna sulla madia, pensano che sia io. In effetti, con i capelli più lunghi e scuri sarei un clone di Sabine. Ineluttabile. Qui Else non ha, né pretende, alcuna voce in capitolo. Non chiedeva mai come stesse. Non le dissi della malattia. Quando mi lasciò, per fortuna non si contrisse in un cordoglio di circostanza.
«Questo Muro l’hanno buttato giù troppo tardi…» disse sospirando con voce teatrale e incrinata. La morte di un figlio, non di un genitore. Per Else sono un’estensione; esisto solo in virtù delle sue proiezioni imprecise e illusorie.
8. SABINE & MARTEN
Anche stasera Else è riuscita a ignorare mia madre. In questo l’ho sempre assecondata, evitando di nominarla. Non lo fa per insensibilità: semplicemente ritiene sconveniente ammettere l’ovvio.
Ogni volta che veniva a trovarci, si fingeva sorpresa per il nostro piccolo appartamento col bagno sul pianerottolo, come se fosse la prima volta. Diceva frasi tipo: «È ammirevole il vostro spirito di adattamento», in perfetta modalità passivo-aggressiva. Nel mentre controllava mobili e mensole controluce. Marten e Sabine ci ridevano sopra, soprattutto perché mamma rivoltava casa da cima a fondo prima di ogni visita della suocera. Quando Else aveva bisogno della toilette, Sabine le precedeva in avanscoperta per controllare ed eventualmente pulire. La suocera sembrava goderne con una punta di perfidia.
9. DISTANZE
Una volta rientrata, mi sono rigirata a lungo nel letto, insonne e con addosso uno sgradevole senso di scollamento. Tristezza, rabbia o semplicemente stanchezza? Mi sorprende sempre come Else, che sostiene di amarmi, riesca a declassare i dolori altrui a favore dei propri. Per lei il lutto è un altare da onorare, un trofeo da lucidare. Non è una ferita che cambia forma, che col tempo ha imparato ad accettare. Siamo rimaste solo noi due, eppure oltre al sangue non condividiamo nulla. Ha sempre di che lagnarsi: della vedovanza, del figlio strappatole due volte, del Muro che le ha rovinato la vita, di quanto poco la vada a trovare. Non ne comprende realmente le ragioni.

10. SOGNI, VISIONI E LANTERNE
Chissà, se Marten non avesse incontrato Sabine, sarebbe rimasto a Berlino Ovest o avrebbe cercato altrove una ragione per fuggire? Non avrebbe potuto mai diventare un vero Ossi. Sapeva di vivere sotto costante osservazione, e per lo Stato sarebbe rimasto per sempre un forestiero sospetto proveniente da un territorio nemico. Lo accettava: in fondo, quella nazione stramba e crudele gli aveva offerto una vita ordinata e, in qualche modo, felice. Distante e al riparo dalle pressioni di un amore materno soffocante. Di papà ricordo soprattutto la voce: profonda, distesa, calda. Ieri notte, improvvisamente, ha riempito il buio della stanza, facendomi cadere finalmente nel sonno. Ho visto Sabine: eravamo nella nostra casa. Con il suo irresistibile sorriso malizioso mi ha fatto cenno di seguirla in strada. Ci siamo unite alla parata della Laternenfest. Una festa autunnale che avevo sempre detestato per il suo insopportabile fetore di propaganda.
11. LA NOTTE DI HALLOWEEN – DOVE?
Oggi rimpiango quei pomeriggi a fabbricare lanterne con i compagni pionieri. Mentre ieri notte l’entusiasmo collettivo per Halloween mi ha provocato solo svuotamento e nausea. Il cuore pulsava, vibrante come lucine intermittenti, isterico come le grida sciocche e le risate artefatte da cui mi allontanavo di fretta…
«Ehi! Posso venire con te?». E dove, se nemmeno io so dove sto andando?”






