IL SOGNO DI WILLY BRANDT

Forse in Italia il nome di Willy Brandt non accende grandi lampadine, eppure in Germania è una figura politica di spicco nella Storia della nazione. Fu il cancelliere che portò avanti con dignità e coraggio il suo sogno di riunificazione tedesca. Socialdemocratico, ex esule antifascista, Willy Brandt ha guidato, negli anni Sessanta e Settanta, la Germania Ovest con una visione inusuale per un Paese diviso dal Muro di Berlino. Introdusse l’Ostpolitik, un programma politico di apertura verso l’Est, cercando dialogo dove gli altri volevano solo diffidenza.
CHI È WILLY BRANDT
Il nuovo aeroporto di Berlino, il Flughafen Berlin-Brandenburg Willy Brandt, accoglie milioni di turisti provenienti da tutto il mondo. Tuttavia, per molti, tra coloro che non sono tedeschi o appassionati di storia, il nome di colui al quale è intitolato lo scalo berlinese potrebbe dire poco. Eppure, leggendo la sua biografia, emerge il forte peso e l’indiscussa importanza che ha esercitato nel corso di almeno mezzo secolo di storia tedesca. Ciò che più ha definito la figura di Willy Brandt è la grandezza del sogno che ha coltivato per decenni e l’impegno appassionato con cui si è adoperato per realizzarlo. Ancora oggi, Herbert Ernst Karl Frahm, questo il suo vero nome, incarna l’immagine di un politico stimato e, soprattutto, di un uomo fedele ai propri ideali.
SINDACO E CANCELLIERE
Willy Brandt ricoprì la carica di cancelliere della Repubblica Federale Tedesca dal 1969 al 1974. Inoltre, fu il sindaco di Berlino Ovest dal 1957 al 1966, nel periodo culmine della Guerra fredda. Il Muro che ne scaturì non rappresentò solo la frattura fisica di Berlino, ma anche il netto distanziamento tra ideologie e ideali antitetici. Tali differenze di visione alimentavano e incendiavano, come combustibile, le ambizioni di predominio delle due superpotenze: da un lato comunismo e socialismo, dall’altro capitalismo e liberalismo.

Bundesarchiv, B 145 Bild-F057884-0009 / Engelbert Reineke / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 DE
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ESILIO E RITORNO
Negli anni Trenta del XX secolo, Willy Brandt dovette lasciare il paese: con l’ascesa al potere di Hitler e l’istituzione di un governo monopartitico, anche il Partito Socialista dei Lavoratori di Germania, a cui Brandt apparteneva, era diventato illegale. Privato della cittadinanza tedesca, trovò rifugio prima in Norvegia e poi in Svezia. Nei paesi scandinavi, su indicazione del suo partito, continuò le sue attività di opposizione al nazionalsocialismo in clandestinità. Nel 1949 ritornò in Germania e recuperò la cittadinanza; scelse di mantenere il nome Willy Brandt, assunto come copertura a Oslo. I suoi nemici politici lo attaccarono strumentalizzando i suoi trascorsi di esiliato, in particolare quelli della neonata DDR. Le accuse più feroci furono quelle di vigliaccheria e di alto tradimento per essere rimasto lontano dalla patria negli anni più difficili della guerra.
TENSIONI
Dopo la guerra, la Germania fu suddivisa tra le forze alleate, come sancito dal Protocollo di Londra e successivamente dalle conferenze di Jalta e Potsdam. La posizione strategica di Berlino, interamente circondata dai territori tedeschi assegnati all’URSS, causò forti tensioni tra le forze vincitrici. Gli alleati occidentali auspicavano il mantenimento di un’amministrazione congiunta e la preservazione di una sola Berlino. Invece, i sovietici ostacolarono da subito le relazioni con americani, inglesi e francesi, trattandoli come intrusi sgraditi. L’obiettivo era quello di sfiancarli e costringerli ad abbandonare Berlino. I berlinesi, oltre all’onta della sconfitta bellica, si ritrovarono a pagare anche le conseguenze dell’inimicizia tra gli alleati. Nonostante ciò, la Germania unita, con una sola Berlino capitale e un solo popolo, continuò a rappresentare il sogno e l’obiettivo di Willy Brandt.
GENESI
Prima della costruzione del Muro, molti cittadini di Berlino Ovest si spostavano per lavoro nel settore orientale, e viceversa. Tuttavia, le crescenti tensioni politiche e le differenze tra modelli sociali e prospettive di vita spinsero sempre più cittadini della DDR a trasferirsi a Ovest. Il cosiddetto “vallo antifascista”, voluto da Walter Ulbricht, servì a chiudere i confini e ad arginare l’emorragia di forza lavoro che fuggiva a ovest. Le guardie di frontiera furono addestrate a sparare, se necessario, contro chiunque tentasse di oltrepassare la barriera. La produttività delle fabbriche di Berlino Est era cruciale per l’economia tedesco-orientale e per gli accordi di solidarietà con gli altri paesi del blocco sovietico.
L’APPELLO
«Non lasciate che facciano di voi delle canaglie! Date prova di umanità a ogni occasione possibile! E soprattutto non sparate sui vostri connazionali!». È forse la frase più dirompente e significativa che Willy Brandt pronunciò il 16 agosto 1961, di fronte a 300.000 persone radunate davanti al Rathaus Schöneberg. La città era ancora profondamente scossa dall’installazione del Muro iniziata pochi giorni prima, nella notte tra il 12 e 13 agosto. Un evento che traumatizzò i berlinesi e che, per molti di essi, comportò la perdita del lavoro e soprattutto la separazione da famiglie, amici e innamorati.
RESPONSABILITÀ
Purtroppo, il monito di Willy Brandt si rivelò profetico. Nonostante le smentite dei governanti della DDR, i Vopos e le guardie di frontiera erano addestrati alla coercizione e al ricorso alle armi. Nei mesi successivi, i tentativi di fuga che culminarono in tragedia aumentarono, e Brandt fu l’unico esponente politico a opporsi con forza al Muro. Tuttavia, i suoi accorati appelli al cancelliere Adenauer e al presidente americano Kennedy caddero nel vuoto. Gli alleati occidentali sembrarono accettare il Muro come il prezzo ragionevole per scongiurare una guerra nucleare, e anche la definitiva legittimazione, da parte di Mosca, della loro presenza a Berlino. I tempi del ponte aereo erano ormai alle spalle.
IL GESTO
Nel dicembre del 1970 Willy Brandt, in qualità di cancelliere della Repubblica Federale Tedesca, si recò in visita ufficiale a Varsavia. Il capo di Stato sorprese l’opinione pubblica inginocchiandosi davanti al memoriale della rivolta del ghetto ebraico del 1940. Il mondo intero interpretò quel gesto inaspettato come una sorta di ammissione di responsabilità e una richiesta di perdono a nome dell’intera Germania. A tal riguardo, nella sua autobiografia Erinnerungen, Brandt scrisse: «Di fronte all’abisso della storia tedesca, al peso dei milioni di individui che furono sterminati, ho fatto ciò che a un uomo resta da fare quando gli mancano le parole». L’episodio generò più disagio che entusiasmo nel popolo tedesco, ancora in difficoltà con la questione morale legata agli orrori perpetrati dal Terzo Reich.
UOMO DI PACE
Willy Brandt restò fedele fino alla fine al sogno e alla visione di un mondo plasmato su valori come la pace e il dialogo. Prova ne fu l’aperto sostegno al movimento sionista che non gli impedì, comunque, di esprimersi comunque a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina. Inoltre, negli anni al comando della Germania Ovest, promosse la Ostpolitik per la distensione dei rapporti con Berlino Est e Mosca. Riconobbe gli stati del blocco orientale e aprì al dialogo con la DDR. Il risultato fu il miglioramento delle relazioni tra le due Germanie, a beneficio di tutti i tedeschi. Anche per queste ragioni, nel 1971, ricevette il premio Nobel per la pace.
IL SOGNO DI WILLY BRANDT – GLI ULTIMI ANNI
Nel maggio del 1974, a seguito del coinvolgimento di uno suo stretto collaboratore con la Stasi emerso dai media, Brandt decise spontaneamente di dimettersi dalla carica di cancelliere. Proseguì l’attività politica all’interno della di cui restò presidente fino al 1987. Willy Brandt morì l’8 ottobre 1992, all’età di 78 anni; il Muro era crollato da quasi tre anni, e da due il suo sogno di una sola e grande Germania si era finalmente realizzato. L’anno dopo il suo decesso, in Wilhelmstraße, fu posata la prima pietra della Willy-Brandt-Haus, un centro culturale sede attuale della SPD. In vita fu frequentemente bersaglio di contestazioni e polemiche; oggi gli viene riconosciuto il meritato valore umano e politico.






