GIOVENTÙ PERDUTA

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE di Erich Maria Remarque (1929)

Universalmente considerato un capolavoro della letteratura del XX secolo, Im Westen nichts Neues è uno dei più grandi romanzi antibellici mai scritti. Attraverso la voce del diciannovenne Paul Bäumer – aspirante poeta e romanziere – l’autore narra la propria esperienza di soldato al fronte. Subito dopo il liceo, Paul si arruola volontario insieme ad alcuni compagni, spinti dall’entusiasmo patriottico e incoraggiati da un loro insegnante. Niente di nuovo sul fronte occidentale è una testimonianza amara e straziante sulla Grande Guerra, in cui momenti di efferata brutalità si alternano ad altri di toccante poesia. Un ritratto vivido di una gioventù perduta, di una generazione sacrificata nel fango e nel sangue.
GIOVENTÙ PERDUTA – FRAMMENTI
Paul osserva il graduale spegnersi dei sogni e delle speranze dell’uomo nell’inferno delle trincee. Il gruppo di amici con cui, fino a poco tempo prima, discuteva di poesia e filosofia è ormai ridotto a un branco di automi, anestetizzati dall’orrore e pronti a tutto pur di sopravvivere. Il romanzo è un pugno nello stomaco, lontano dalla retorica tradizionale sulla guerra, tra eroi e codardi o buoni e cattivi. I commilitoni di Paul sono semplicemente uomini, perlopiù giovanissimi, strappati alla vita e al futuro. La delicatezza con cui Erich/Paul racconta le atrocità della guerra non è mai dissonante, ma crea un contrasto capace di rendere il dolore ancora più tangibile. Non c’è retorica né eroismo, solo una sequenza di vicende e circostanze sospese tra la vita e la morte, in cui anche un tozzo di pane raffermo diventa un lusso e un tramonto il ricordo struggente di un mondo scomparso.

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE – Disillusione
«… Da quando siamo qui, la nostra vita di prima è tagliata fuori, senza alcuna colpa da parte nostra. Talvolta cerchiamo di farci un’idea generale, di darci una spiegazione, ma senza riuscirci. Proprio per noi ventenni tutto è particolarmente confuso —per Kropp, per Müller, per Leer, per me —insomma per quelli che Kantorek chiama la gioventù di ferro. I più anziani sono tutti strettamente legati al passato: ne hanno motivo, perché hanno mogli, figli, professioni, interessi già tanto forti che la guerra non è riuscita a distruggerli. Noi ventenni abbiamo solo i nostri genitori; qualcuno una ragazza. Non è molto, perché alla nostra età l’influenza dei genitori è ridotta al minimo, mentre le donne non dominano ancora i nostri pensieri. A parte questo non avevamo molto altro: un po’ di entusiasmo, qualche passione da dilettanti e la scuola; la nostra vita non andava ancora più in là. E di tutto ciò non è rimasto nulla. …»
GIOVENTÙ PERDUTA – GUSCI VUOTI
La vita in trincea esercita una trasformazione inesorabile in Paul e nei suoi compagni: giorno dopo giorno, tra bombe, fango, sangue e morte, si trovano intrappolati in un processo di disumanizzazione, ridotti a semplici macchine di sopravvivenza. I loro gesti diventano automatici, i sentimenti si anestetizzano e i pensieri si riducono all’istinto primordiale di restare vivi un giorno in più. La morte cessa di suscitare paura, rabbia o dolore; la guerra ruba loro, poco alla volta, ogni emozione, trasformandoli in involucri vuoti.

GIOVENTÙ PERDUTA – NOSTALGIA EFFIMERA
Remarque racconta la propria esperienza bellica attraverso un giovane sensibile, capace di sorprendersi ancora osservando il volo di una farfalla sul fango della trincea. O di emozionarsi al ricordo delle letture di poesia a scuola. Queste fugaci ed estemporanee evasioni rendono ancora più devastante la disumana quotidianità a cui è costretto. Paul registra ogni dettaglio con una precisione clinica, ma sotto la sua apparente freddezza si avverte il dolore sordo di una ferita destinata a rimanere aperta. Descrive come lui e i suoi compagni abbiano imparato a ignorare le grida dei feriti, a non guardare i volti dei morti, a consumare la loro razione seduti accanto a dei cadaveri. Orrore e disgusto sono ormai parte della loro quotidianità, proprio come il fango impregnato di sangue che si insinua ovunque nelle trincee.
GIOVENTÙ PERDUTA – REQUIEM
L’apparente accettazione dell’orrore cela, in realtà, una potente denuncia contro la guerra. Emerge la cruda realtà di un’intera generazione sacrificata sull’altare di un conflitto dettato da motivazioni folli. Niente di nuovo sul fronte occidentale non è solo un racconto di guerra: è un’elegia per l’innocenza perduta. Un requiem per tutti quei giovani che, come l’autore e Paul, sono stati costretti a diventare adulti troppo in fretta e brutalmente. La voce narrante si eleva al di sopra della violenza pur restandone intrisa, ricordandoci che, in guerra, la prima vittima è l’umanità stessa.

NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE – Perduti
«… Non saremmo più legati al nostro mondo, come lo eravamo un tempo. Non era la conoscenza della sua bellezza né del suo carattere ad attirarci, ma un senso di comunanza, quella nostra fratellanza con le cose e con gli eventi della nostra vita che ci separava dal resto e ci rendeva un po’ incomprensibile anche il mondo dei nostri genitori. Perché, non so come, eravamo sempre e teneramente perduti e abbandonati in quell’amore, e la più piccola cosa ci conduceva sempre sul sentiero dell’infinito. Forse era solo il privilegio della nostra giovinezza. Noi non vedevamo limiti, il mondo intorno a noi non aveva fine, e nel sangue avevamo l’attesa, che ci rendeva una cosa sola con lo scorrere dei nostri giorni.
Oggi, nel paesaggio della nostra giovinezza, andremmo in giro come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno consumati; sappiamo distinguere come mercanti, e conosciamo le necessità come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Saremmo lì, ma sapremmo viverci? Abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti. …»






