CHRISTIANE, TRA VERITÁ E LEGGENDA

CHRISTIANE, TRA VERITÁ E LEGGENDA

CRISTIANE F. – NOI, I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO di Uli Edel

Christiane Vera Felscherinow è uno dei simboli e delle icone degli anni ’80, grazie a un libro autobiografico e relativo film che, tra verità e leggenda, la resero famosa in tutto il mondo. Quando, nel 1981, uscì questo film diretto da Uli Edel, il problema della tossicodipendenza stava dilagando nel mondo occidentale. Qualche anno prima, il libro da cui venne tratto aveva scoperto il nervo sofferente di una società solo apparentemente solida e vincente. Si aprirono dibattiti sulla presunta e inopportuna gratuità nel raccontare uno spaccato certamente complesso attraverso immagini e situazioni certamente dure e realistiche.

Le accuse di spettacolarizzazione

Secondo alcuni recensori il rischio era quello di elevare le vittime di un disagio allo status di eroi dannati, trasgressivi e moderni. In effetti, intorno al Bahnhof Zoo cominciarono a comparire gruppi di ragazzini in “pellegrinaggio” anche da altre città tedesche ed europee. Accorrevano attratti dal fascino e probabilmente dall’empatia provata grazie al libro e al film. Tra verità e leggenda, la storia di Christiane Vera Felscherinow rappresentò la voce, mai udita prima, di una generazione e dei suoi malesseri. La pellicola, a dispetto di recensioni non sempre benevole, divenne subito cult. Ma soprattutto divenne materiale didattico nelle scuole tedesche e non solo.

Il boom dell’eroina degli anni ’70 e ’80

Durante il mio anno di terza media, la mia scuola organizzò una proiezione in una sala della città. Il cinema era nel cuore della zona universitaria di Bologna, non distante dal giardino del Guasto, tra i più “gettonati” luoghi di ritrovo per tossicodipendenti. Entrando in quel piccolo fazzoletto di verde nascosto, il benvenuto spettava a un impressionate tappeto di siringhe, posizionato all’ingresso di quello che aveva tutto l’aspetto di uno squallido e sinistro teatro dell’abbandono. Purtroppo, ancora oggi, la vicina piazza Verdi e dintorni sono note zone di consumo e spaccio. L’influenza che il film esercitò su buona parte della mia generazione non fu trascurabile. Durante i successivi anni delle superiori, ho rifiutato con fermezza ogni possibile contatto con sostanze stupefacenti.
È probabile ch’io sia stato agevolato in ciò dalla mancanza di effettive opportunità, ma credo che un interesse meno affievolito (grazie a questo film) avrebbe potuto favorire altre circostanze.
Ho poi soddisfatto certe curiosità in età più adulta, ma davanti all’unica possibilità avuta di sperimentare l’eroina, mi sono tirato indietro senza indugi. In tal senso, il mio caso smentisce certe critiche che, all’epoca puntarono il dito contro una presunta ed eccessiva spettacolarizzazione della tematica, a discapito delle nobili intenzioni educative dichiarate.

L’incontro tra Hermann, Rieck e Christiane

Il film è tratto dall’omonima autobiografia di Christiane Vera Felscherinow. In realtà, il libro venne redatto e assemblato con la collaborazione di Kai Hermann e Horst Rieck del settimanale tedesco Stern. I due giornalisti l’avevano conosciuta in occasione di un processo giudiziario in cui era sia imputata che testimone. Fu lì che scaturì l’idea del libro, basato su dialoghi e testimonianze raccolti con un registratore.
Inizialmente il reportage sul traffico di droga e giro di prostituzione minorile che gravitavano intorno alla stazione Bahnhof Zoo venne pubblicato a puntate sul noto periodico. Successivamente divenne un libro e un vero e proprio caso editoriale a livello mondiale, tradotto in poco meno di 20 lingue.

Incongruenze

Ho già dedicato un post, dai toni non proprio benevoli, del recente adattamento prodotto da Prime, ricorrendo a uno spietato parallelo con il film del 1981. In realtà anche la prima trasposizione cinematografica della storia di Christiane non è esente da pecche. Per esempio, le dinamiche relazionali con gli adulti e il rapporto conflittuale con la società “borghese” di Berlino Ovest, non sono espresse con la stessa forza del libro. Talvolta i dialoghi risultano un po’ improbabili, e ciò non aiuta le performance di cast formato perlopiù da attori alla prima esperienza.
La storia d’amore tra Christiane e Detlef che nel libro ha uno spazio più marginale, nel film ricopre una funzione decisamente centrale. Anche l’idolatria dell’adolescente per David Bowie è molto enfatizzata rispetto all’autobiografia, dove la rockstar britannica viene citata solo di tanto in tanto. In qualche intervista la protagonista del libro ha mosso qualche blanda critica circa alcune scarse aderenze alla realtà, ma probabilmente comprendeva l’esigenza di romanzare e rendere più appetibile la pellicola.

Il malinteso creato dal titolo italiano

Il titolo originale del film, Christiane F. – Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, venne, come spesso accade, mal tradotto dal distributore italiano. Infatti, il titolo tedesco fa riferimento all’omonima stazione dei treni adiacente allo zoo. Ovviamente, il titolo italiano disorientò molti spettatori che si domandarono come mai gran parte delle scene fossero ambientate in un tetro scalo ferroviario, mentre il giardino zoologico non compariva mai.

Da tossicomane a icona

Durante la prima assoluta del film, Christiane abbandonò la sala prima del termine della proiezione. Dichiarò successivamente che i motivi erano da ricondurre all’ansia per il sicuro assedio della stampa e alla difficoltà di essere spettatrice di una rappresentazione delle proprie sofferenze. La pellicola diede un’ulteriore impennata alla sua popolarità e Christiane divenne subito un’icona generazionale per milioni di adolescenti europei. Una sorta di anti Sophie Marceau, la protagonista de “Il tempo delle mele”, zuccheroso film francese per teenagers uscito più o meno nello stesso periodo. La quindicenne Natja Brunckhorst venne scelta per impersonare Christiane, divenendone una una sorta di alter ego iconografico. Il successo del film creò un’implacabile sovrapposizione tra il volto della giovane attrice con quello della reale Christiane. Ancora oggi, nell’immaginario collettivo, la protagonista delle vicende narrate nel libro e nel film ha il volto della oggi regista e sceneggiatrice tedesca.
Al punto da comparire sulle riedizioni di entrambi i libri della Felscherinow.

CHRISTIANE TRA VERITÁ E LEGGENDA
CHRISTIANE TRA VERITÁ E LEGGENDA
La star della droga CHRISTIANE TRA VERITÁ E LEGGENDA
Ai confini del feticismo

Per comprendere la portata dell’impatto culturale esercitato dalla figura di Christiane, è sufficiente digitare il suo nome su un motore di ricerca. Ci si imbatte anche in blog e forum tematici interamente dedicati a lei. Oppure in post come questo che raccontano, in chiave leggera, l’ossessione la ragazzina della Gropiusstadt. Un divertente diario, ricco di simpatici aneddoti, del suo primo soggiorno berlinese con il “malcapitato” compagno. Specialmente spiega i motivi di una fascinazione tale da imparare a memoria il libro artefice del mito di Christiane.

Un successo troppo personale

Ho dedicato un post alla sua seconda autobiografia uscita qualche anno fa. Il post è imperniato sul rapportol controverso di Christiane con la popolarità ottenuta. Da un lato la sicurezza economica, dall’altro la rinuncia a un anonimato che non si può permettere. Più di ogni altra cosa, l’immagine scomoda e cristallizzata di un mito e di una leggenda spesso discrepanti dalla realtà.
Christiane oggi affronta i seri problemi di salute dovuti al passato e alle ricadute nella dipendenza da cui purtroppo, nonostante la fama e il denaro, non era mai uscita del tutto.

Il concerto di David Bowie a Berlino

Christiane F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, tra verità e leggenda, offre un crudo spaccato di realtà. Una realtà diversa e lontana, riprodotta con efficacia dalla splendida fotografia che restituisce una Berlino Ovest dark e degradata. Più di quanto ci si possa aspettare da una ricca metropoli in cui si pensava, Muro a parte, si vivesse da privilegiati. La colonna sonora è la pennellata finale che completa felicemente un quadro di enorme fascino.
La scena del concerto di Bowie del 1976 alla Deutschlandhalle (demolita una decina di anni fa e rimpiazzata da un centro congressi), fu in realtà filmata a New York. Il Duca Bianco era infatti impegnato in un tour negli Stati Uniti.

“heroes”

Il successo del film rinvigorì la popolarità della rock star londinese, dando nuovo lustro alla sua discografia. in particolar modo alla trilogia berlinese, brano heroes in testa. La canzone funse da accompagnamento alla famosa scena del furto e dell’inseguimento nel centro commerciale; ciò la rese un vero e proprio anthem della metropoli. È impossibile, a distanza di oltre 40 anni, ascoltarla e non associarla istantaneamente a Berlino.

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